A Caracas non resta che ridere

Sale sul palchetto del Bar Teatro e si guarda attorno con la sua aria sorniona e lo sguardo da furetto. Qui, nel quartiere de Las Mercedes, zona bene di Caracas, molti locali sono riusciti a rimanere aperti. E’ lunedì, serata di stand-up comedy. Manuel Ángel Redondo strizza gli occhi e osserva il pubblico attraverso le luci puntate su di lui.

In breve tempo è diventato il più famoso stand up comedian del paese. Il primo successo gli è arrivato con Viviendo al minimo, un docu-video con cui ha mostrato come si vive con un salario minimo e in un paese dove l’inflazione si calcola a milioni per cento. Racconta Redondo: «Per una settimana sono sopravvissuto a base di sardine, ho avuto una overdose di mango raccolti dagli alberi per strada, mi hanno assaltato nel barrio di Petare, mi sono rifugiato in un tempio di Hare Krishna. Insomma, quello che succede a milioni di persone».

Anche nella catastrofe, in Venezuela si ride. Perché se chiedi ai venezuelani come sono, la prima cosa che gli viene in mente è bochincheros, perché amano la burla, i giochi di parole, l’umore assurdo. E ora ridono per resistere a una realtà diventata distopica.

A Manuel Ángel Redondo, 29 anni, una laurea in comunicazione sociale, lo hanno cacciato dalla Radio La Mega quando la sua striscia quotidiana era diventata oggetto di denunce e minacce di multe esorbitanti: i suoi sketch erano diventati amari e graffianti. In altre parole: intollerabili. Allora ha pensato di fare il salto nel web ed è stato un boom.

«In internet non solo il pubblico è potenzialmente enorme – racconta a IL – ma soprattutto si evita la censura». Così è nata la serie-web da culto Pero tenemos patria, dove si denunciano i fatti di attualità e ci si burla dei politici, finendo per registrare milioni di visualizzazioni. E ora un podcast, Ya casi nos vamos (assieme a un altro comediante, Yosue Ochoa) nato sull’onda dell’esodo venezuelano. «E’ il potere stesso che ci dà una grande quantità di materiale: le bugie plateali che dicono, l’ossessione di avere nemici ovunque, le manie di grandezza. E poi la realtà quotidiana: qui succedono cose talmente assurde che sembrano uscite dalle nostre battute a teatro». 

Redondo non è un caso isolato: lui stesso, con Ochoa e Alessandra Hamdan, ha organizzato un tour nelle principali città del paese, Comedia Subterránea, alla ricerca di talenti tra i tanti che si esibiscono in bar, piccoli teatri, centri universitari.

«Quello che è cambiato in questi anni è che la satira è diventata uno strumento per sostenere l’opposizione. Abbiamo dovuto tutti prendere posizione», racconta Juan Andrés Ravell co-fondatore assieme a Oswaldo Graziani, di Plop Media, un’impresa audiovisiva che produce contenuti e animazioni per broadcast statunitensi e così finanzia progetti editoriali web. Così è stato con Pero tenemos patria e con il più famoso giornale satirico del Venezuela, El Chigüire Bipolar.

Ravell e Graziani guidano un piccolo team a Miami e la redazione a Caracas. E’ qui che bisogna andare per capire il perché del successo. El Chigüire ha sedenel quartiereMacaracuay, est di Caracas, a dieci minuti dal metro La California: qui ci lavorano 25 redattori e autori per lo più ventenni pescati spesso proprio negli show di stand-up comedy. E poi grande cura editoriale e visuale, formati veloci, linguaggio immediato, notizie tra realtà e ghigno. Da maggio partirà un nuovo format, anticipa a IL Ravell: «Sarà un programma web che unisce satira e giornalismo investigativo, attorno alla vicenda di Lava Jato, il colossale caso di corruzione della holding Odebrech che ha coinvolto tutto il Sudamerica».

Il giornalismo satirico de El Chigüire è valso nel 2017 a Ravell e Graziani il Premio Vaclav Havel per la capacità di fare resistenza creativa in un ambiente autoritario. Il rischio è sempre in agguato. Nella sola settimana tra il 22 e il 27 febbraio di quest’anno, quando il presidente del Parlamento Juan Guaidó si è proclamato presidente, e il paese si è infiammato di proteste, il sindacato dei giornalisti ha documentato 14 cronisti arrestati, 16 aggrediti, 84 minacciati. Nel 2017, l’anno delle grandi marce e il peggiore per la libertà di stampa nel paese, secondo l’ONG Espacio Publico, 54 stazioni radio sono state bloccate (di cui 52 all’interno del paese), 13 testate web oscurate, 17 giornali schiusi.

Una che sa bene cosa sia la censura è Rayma Suprani. Ha lavorato per 19 anni al giornale El Universal, uno dei quotidiani più letti del paese. La sua rubrica era seguitissima, per la delicatezza del suo tratto, quasi infantile, in contrasto con i messaggi forti, il suo humour nero, l’intelligenza delle sue riflessioni sotto forma di disegno. Se le si chiede chi siano i suoi modelli dice subito: «Mafalda». Sorride: «Mafalda ha accompagnato la mia infanzia». E poi «lo spagnolo El Roto, un vero filosofo grafico».

La sua vita è cambiata un giorno di cinque anni fa. La vignetta mostrava la linea dell’elettrocardiogramma di una persona viva; sotto c’era la firma dell’ex-presidente Hugo Chávez, scomparso un anno prima, con la linea della H che seguiva piatta, come in un monitor che non dà segni di vita: Salud en Venezuela, si leggeva. In quei giorni infatti girava la notizia che una serie di malattie, da tempo considerate ormai scomparse, erano tornate con focolai violenti. Come dire: cosa ne è stato del sistema sanitario promesso dal chavismo? La vignetta ha irritato politici potenti. A complicare le cose, è che El Universal era stato poco prima comprato da un imprenditore vicino al governo e il licenziamento è scattato immediato. La vita si è fatta impossibile: «ho dovuto subire una campagna di discredito, due cause in tribunale, minacce di morte, finché rimanere è diventato impossibile», racconta a IL da Miami, dove vive da tre anni.

Da là continua a raccontare il Venezuela, «seguendo l’urgenza di tradurre in disegno ciò che succede – dice – Anche se sai che è doloroso: ogni volta, con ogni vignetta, ti viene chiesto di raccontare la distruzione del tuo paese». Eppure, dice, «è impossibile non farlo: chi fa satira ha una responsabilità etica di criticare il potere, qualunque sia. Deve disfarsi dei suoi pregiudizi e ideologie e guardare negli occhi la tossicità del potere. E nel nostro paese gli ultimi vent’anni sono stati i più tossici».

IL / Il sole 24 Ore

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