Letizia Battaglia è una ragazza sfrontata di 84 anni, i capelli tinti di rosa e lo sguardo di sfida. La si può immaginare tra i vicoli e le piazze di Palermo, macchina fotografica al collo, a macinare migliaia di scatti come un’unica narrazione. «Qui c’è tutta la mia vita», dice. Qui è alla Casa dei Tre Oci a Venezia, che ora la omaggia con una grande antologica (visitabile fino al 18 agosto) organizzata da Civita Tre Venezie e promossa dalla Fondazione di Venezia.
«Letizia Battaglia. Fotografia come scelta di vita» si intitola. Per capire chi sia Letizia Battaglia bisogna osservare le foto che lei ha fatto alle ragazzine. «Mi è sempre piaciuto fotografarle – racconta – Quando ne incontro una imbronciata, magra, con le occhiaie e i capelli lisci, ecco, sono io». E comunque «le voglio serie nei confronti del mondo, come lo sono stata io».
Di fronte ai suoi tanti scatti di cronaca, nell’era della mattanza di mafia, si guarda attorno e si commuove: «il giorno che hanno ucciso il giudice Gaetano Costa siamo corsi sul posto, il corpo a terra, lo credevano morto, ma abbiamo visto la sua mano tremare. Era solo andato a comprare il giornale». Le si rompe la voce, come se tutta la storia di Palermo le pesasse addosso.
Più di 300 foto ripercorrono una vita dedicata ad osservare, catturare, documentare, denunciare: per una gran parte sono inedite, grazie al lavoro della curatrice Francesca Alfano Miglietti, che ha «rovistato in un enorme quantità di negativi riposti nei cassetti – racconta – Abbiamo recuperato quel materiale che all’epoca non riteneva adatto da consegnare a chi le aveva commissionato il lavoro».
Considerata una delle più grandi fotografe, è stata celebrata più volte a livello internazionale fin dal 1985 quando a New York ha ricevuto, prima donna europea, il Premio Eugene Smith. E’ stata per decenni una instancabile sismografa visuale della sua città, Palermo, in particolare dalla sua postazione (tra il ‘74 e il ‘91) di capo-team fotografico del quotidiano L’Ora, in prima linea contro la mafia. Di quella città ha raccontato «le ferite e le bellezze», come dice lei: la miseria delle case, i bambini che giocano ai killer, la gioiosità delle feste popolari, le processioni e i funerali, le veglie e i misteri pasquali. E ha raccolto un enorme rosario di volti. Sconosciuti, per lo più, che fossero dolci o provati, affranti, spavaldi, irriverenti o commoventi. E pure personaggi famosi: da Enrico Berlinguer al giudice Falcone, Edoardo Sanguineti ed Elvira Sellerio. Fino a una struggente serie di Pier Paolo Pasolini, colto in una conferenza a Casa Turati nel 1972, con la sua aria grave, pensosa, triste: «All’epoca non avevo ancora cominciato la professione. Ma è stato più forte di me ritrarlo, con quella macchina che in sala faceva un gran rumore». E aggiunge: «Non l’ho mai incontrato di persona. L’ho solo amato».
Letizia Battaglia è così. Caparbia come quel bianco e nero che ha sempre preferito al colore. «Tesa a catturare una potente emozione – sottolinea la curatrice – E quasi sempre un sentimento di pietas». E diretta, come i suoi scatti piantati sul volto delle persone, primi piani con grandangolo, «a distanza di un cazzotto o di una carezza», dice lei. Nella sua lunga carriera Letizia Battaglia ha interpretato uno stile, ha coltivato un linguaggio, ma soprattutto ha dato forma a un luogo neorealista, che ha mantenuto con una tenera fermezza, in tempi e in situazioni diversi, che fosse Istanbul o Praga o New York. A quel punto Palermo non è stata più solo Palermo, ma un’urgenza in cui tutti, di generazioni o mondi diversi, si sarebbero potuti riconoscere. Un azzardo, forse. Ma per quella ragazza di 84 anni è stato un rischio giusto da correre.
Corriere del Veneto / il Corriere della Sera