Ragazzi ritratti con la kippah sul capo e i payot, i ricciolini che cadono sul volto come vuole l’usanza ortodossa. Festeggiano Purim o celebrano Sukkot o semplicemente frequentano la scuola ebraica. La particolarità è che sono manga, le mitiche illustrazioni giapponesi. Anzi: sono Jewish Manga. L’autore è Thomas Carlo Lay, l’unico disegnatore occidentale a essere diventato mangaka in Giappone fino a lavorare come assistente di Yumiko Igarashi, la madre di Candy Candy e Georgie, le serie di culto trasmesse in Italia tra il 1982 e il 1997.
Dal 20 marzo fino al 28 aprile i disegni di Lay si potranno ammirare a Venezia, al Museo Ebraico (chiuso il sabato, orario 10-17.30, ingresso 8 euro) raccolti nella mostra Jewish Manga. La bellezza del rigore, iniziativa della stessa istituzione museale in Campo del Ghetto, in collaborazione con Coop Culture e il supporto del Consolato giapponese e dell’AEPJ, l’Associazione per la preservazione del patrimonio ebraico.
In mostra saranno 20 tavole-quadri, in china e acquerello, «incorniciate e sotto vetro, come vuole la tradizione manga», sottolinea l’artista. Thomas Lay ha mescolato nella serie tutte le sue radici, le sue culture e la sua passione. Classe 1971, sardo e globetrotter, ha studiato all’Accademia di Arte Drammatica di Parigi: da lì è riuscito a farsi trasferire a Tokyo dall’agenzia per cui lavorava come modello. L’incontro con la matriarca dei manga, Yumiko Igarashi, è stato illuminante: «La mia generazione è cresciuta a pane e cartoni – racconta – E Candy era un’eroina per me, oltre che una strepitosa icona gay», sorride. E proprio con quello stile delicato e pop, gli occhioni grandi e l’atmosfera fiabesca e melò, ci appaiono questi ragazzi ebrei. «E niente affatto fragili e indifesi – sottolinea Lay – Pensate a Candy: sapeva essere dolce e coraggiosa, caparbia e reattiva».
Igarashi ha visto i suoi schizzi e ci ha creduto: «Prima però ho dovuto studiare due anni la lingua giapponese, perché dovevo conoscerla a un livello molto alto. E poi un anno nella scuola di specializzazione per manga». Da lì, l’ingresso nella crew della disegnatrice.
Rientrato in Europa, Lay ha cominciato a lavorare come traduttore e ha continuato a coltivare il suo talento per le illustrazioni. La riscoperta della sua ebraicità lo ha convinto a mettere a frutto tutto quello che aveva appreso. Con un’urgenza: «In questo momento sento di dover fare qualcosa, a mio modo, contro l’ondata di antisemitismo che è tornata farsi viva in tutta Europa».
Per di più, aggiunge, «l’arte ebraica sta vivendo un momento di grande effervescenza. Anche nel settore delle illustrazioni e dei fumetti, basti pensare al successo del Jewish Comic Con di New York e le decine di gallerie dedicate». Prossimo obiettivo? «Preparare nuove illustrazioni e sbarcare in Israele».
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