Imprese, ritrovate le radici social

Imprenditori che investono nel sociale e nei servizi di welfare, attivi nel territorio dove operano. Non tanto filantropi, ma capaci di creare valore sociale come parte della propria attività d’impresa. In Italia si chiamano Società benefit, negli Usa B-Corp. E tanti sono gli esempi a Nordest. Questa vocazione sociale è parte di un modello veneto?

Per Fabrizio Panozzo, docente all’Università Ca’ Foscari di Venezia, dipartimento di Management,  «sono imprese che hanno ripreso un filo antico, rotto proprio da quello che noi conosciamo come modello veneto». Un paradosso? Sembra di sì. 

Panozzo è un attento osservatore dei processi di innovazione dei sistemi d’impresa, in particolare nordestini. Uno dei progetti che sta seguendo, grazie al supporto della Regione Veneto, riguarda proprio le Società Benefit, così definite da una legge, unica a livello europeo, che riconosce le imprese attente al sociale (e di cui abbiamo parlato in Corriere Imprese l’11 febbraio). I risultati di questo percorso verranno presentati in un convegno a giugno, assieme ad alcuni esperti internazionali.

La vocazione sociale di tante aziende venete è sempre stata osannata. Quanto è vera e quanto è parte di una narrazione?

«Non siamo di fronte alle Olivetti del Nordest, come qualcuno potrebbe pensare. Se chiediamo agli imprenditori cosa li spinga nel loro impegno, scopriamo che sono motivazioni molto private, di sensibilità personali, di cultura familiare. Ma restano personali, non si trasformano in coscienza pubblica e civile dell’impresa. Anzi, molti si sorprendono quando vengono a sapere che non sono gli unici a fare del welfare aziendale o a investire tempo e denaro nelle comunità locali. Attenzione, non sottovaluto una tradizione sociale e solidaristica dalle lunghe radici: ma quelle radici sembravano spezzate proprio dal modello che si è imposto a fine secolo scorso. E quelle radici ora riaffiorano nonostante quel modello».

Dobbiamo tornare all’Ottocento?

«Sì, a quella borghesia che dava vita a una finanza etica e cooperativa, che costruiva servizi e interi quartieri operai, che faceva comunità. C’era molto paternalismo? Sì. Ma era una cultura che li accumunava e si prendeva carico di una responsabilità verso le comunità. Quello che invece è diventato “il modello veneto” dell’ultimo trentennio del Novecento rompe quella matrice e prende forma un sistema a tratti predatorio, verso i lavoratori, le comunità locali, l’ambiente, la finanza e tendenzialmente allergico all’etica del capitalismo. Quel “modello veneto” si fonda in buona parte sull’irresponsabilità sociale d’impresa. Mi sembrano paradigmatiche le vicende della Popolare Vicentina e della Miteni».

Quindi provate a fare emergere quelle radici.

«Quelle radici sono rimaste tacitamente sotto traccia. Nel nostro progetto proviamo a individuare e a coinvolgere imprese che davvero hanno assunto in modo autentico un principio di responsabilità. Ce ne sono molte altre, che per ora non sono emerse, e che potranno trovare un quadro di riferimento, una rete, un ecosistema in cui riconoscersi. C’è da farsi largo tra la retorica di una certa narrazione e anche tra chi cerca solo un modo per fare “candeggio sociale” e presentarsi puliti».

L’Italia è l’unico paese a dotarsi di una legge per le società Benefit. Come si spiega?

«E’ una legge con un iter inusuale: un’approvazione lampo, senza alcuno studio sui fenomeni in corso, ha il forte retrogusto di una operazione integralmente suggerita alla politica da società di consulenza, come accade per Industria 4.0. Ora ci troviamo nella situazione paradossale di fare ricerca per dare senso a una legge dello Stato, il percorso contrario di quello che di solito succede. Paradosso acuito dal fatto che in Italia c’era già un’ottima legge sulle imprese sociali, che poteva essere sfruttata fino in fondo, sia per le aziende con una propria vocazione sociale sia per le cooperative con una tensione d’impresa».

Perché allora provare ad avere la certificazione Benefit o B-Corp?

«La certificazione non dà immediati vantaggi fiscali o materiali, ma è un’occasione per ripensare il proprio marketing e il modo in cui ci si presenta al mondo. Direi che è un’opportunità per riconoscersi in un nuovo ambiente d’impresa e in una sensibilità pubblica che sono davvero cambiate e non accettano più di avere successo in modo irresponsabile».

Corriere Imprese / il Corriere della Sera

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