La Biennale in «tempi interessanti»

Una Biennale sobria e sorprendente, riflessiva e curiosa. «Aperta al dialogo come antidoto alla retorica ambigua delle identità locali», come ha avvertito ieri il Presidente Paolo Baratta, presentando l’edizione n.58, affidata alle cure dell’inglese Ralph Rugoff.

La Biennale che aprirà l’11 maggio (fino al 24 novembre) sarà un coro di artisti in gran parte under 40 e (per la prima volta) con una maggioranza di donne (finalmente) da ogni angolo del mondo, senza alcun predominio di una capitale o di un’area geografica. Uno sguardo davvero contemporaneo, almeno questa è la promessa.

Sono passati vent’anni dalla prima esposizione internazionale d’arte con Baratta al comando, dopo la riforma del 1998. E la Biennale ha saputo non solo imporsi sul panorama internazionale, ma ha trascinato anche la città a cambiare pelle e a diventare una fabbrica di cultura. Quello che ieri Baratta ha pronunciato è anche una sorta di manifesto, da lasciare a chi prenderà il suo posto (il suo mandato è in scadenza a fine anno) se qualcun altro sarà chiamato a farlo.

«La Biennale dovrebbe continuare ad essere internazionale, aperta, autonoma», capace di sottrarsi alle logiche di un mercato potente, di sponsor astuti e da politici interessati. Come? «Facendo dei visitatori il vero partner», ha sottolineato Baratta: più della metà delle entrate vengono dai biglietti e più della metà dei biglietti sono acquistati da chi ha meno di 26 anni.

Se questo è il motore della kermesse, non ci si può sottrarre a domande pressanti: «è necessario trovare nel grande rumore del mondo frammenti di senso», dice Ralph Rugoff, mentre tutto attorno si alzano muri e si chiudono porti e il senso dell’umanità si fa evanescente. E così utilizza come titolo un famoso anatema cinese, “May You Live in Interesting Times”, «che tu possa vivere tempi interessanti». Che già suona minaccioso e ambiguo, ma soprattutto è un falso che generazioni di politici hanno ripetuto come vero, da Chamberlain a Kennedy.

Per far saltare questo cortocircuito di significati, Rugoff ha chiamato a raccolta 79 artisti, singoli o in collettivi (riducendo peraltro di molto il numero rispetto alle passate edizioni) chiedendo loro più opere, da installare sia ai Giardini che all’Arsenale, in modo che siano loro stessi a mettere in piega la mostra e a raccontarsi in scenari diversi.

Rugoff ha cercato nuove voci capaci di premere sui confini dei generi o di innovare i canoni, di porre domande anche scomode e presentare identità mutanti, anfibie e complesse. «Complessa e molteplice» sono peraltro le altre due parole-chiave, assieme ad «apertura», che più sono ricorse in conferenza stampa. Quasi fossero le bussole per ritrovare una via d’uscita.

Alcuni nomi danno l’idea di cosa vedremo. Korakrit Arunanondchai, thailandese, acclamato per le sue installazioni video, esplora memorie e mondi digitali, rovescia stereotipi e crea mondi fantastici. Teresa Margolles, messicana, ricostruisce l’esperienza dei confini drammatici che si dipanano dentro la società e lungo i confini. Dominique Gonzalez-Foerster, francese, ci porterà in paesaggi fantascientifici. Zanele Muholi, sudafricana, fotografa le identità plurali dell’essere donna, nera e lesbica. E così via.

Tra gli artisti invitati, due le italiane: Ludovica Carbotta, torinese, classe 1982 e la trevigiana Lara Favaretto (1973). Atri tre sono attesi al padiglione nazionale, curato da Milovan Farronato: Enrico David (1966), Liliana Moro (1961) e Chiara Fumai (1978) scomparsa due anni fa.

Il progetto curatoriale di Rugoff si arrichisce anche di due eventi speciali: uno alla Polveriera austriaca di Forte Marghera e l’altro alle Sali d’Armi dell’Arsenale (in collaborazione con il Victoria and Albert Museum). In più, saranno 21 gli eventi collaterali ammessi dal curatore, tra cui uno promosso dalle Gallerie dell’Accademia (“Baselitz”).

Tutt’attorno si muoveranno i Padiglioni Nazionali: 90 quest’anno, di cui 4 esordienti (Algeria, Ghana, Madagascar e Pakistan) che animeranno l’intera città.

Quello che promette Rugoff è «un’esperienza a tutto tondo», con «molti incontri ludici, perché quando giochiamo siamo più compiutamente umani». E un ammonimento: «la felicità deriva da conversazioni reali».

Corriere del Veneto | il Corriere della Sera

Lascia un commento