«Ho sempre pensato che le mie attività sociali fossero una questione personale, ora so che sono un modo di fare impresa». Claudio Tirindelli parla pacato, veste anonimo, è quasi intimidito. E’ l’antitesi del businessman. Eppure il suo Rione Fontana è uno dei concept store più conosciuti in Veneto. I negozi hanno la stessa atmosfera delle linee di vestiti che espone: un casual raffinato e sobrio, curato nei dettagli, un lusso contenuto, target medio-alto, per la maggior parte professionisti si direbbe da chi ci entra.
Tutto comincia con il padre che «fin dal dopoguerra si mette a vendere stoffe e a confezionare vestiti, con il boom assume nuovi sarti e così apre la fabbrica», racconta Tirindelli. E sorride: «La sua specialità? I Loden, un must degli anni ‘70».
Lui, classe 1961, a 23 anni decide di seguire un po’ la strada di famiglia e a Montebelluna apre col fratello Strani Sarti, il primo negozio. L’anno dopo, la sua impresa in solitaria: Rione Fontana oggi conta 26 dipendenti e tre negozi (a Mestre, a Treviso, a Montebelluna), un outlet a Cassola nel vicentino e una linea di ecommerce. «Sì, gli affari vanno bene», dice. Si ferma un attimo e aggiunge: «Un’azienda deve creare utile, ma può creare anche benessere». Vale a dire: «un’impresa che funziona può essere un volano per aprire imprese sociali, creare un’economia di welfare, avere davvero una funzione sociale».
Tantissime aziende lo fanno, gli diciamo: finanziano attività di paese, dall’oratorio alla squadra di calcio. Ma Tirindelli insiste: «Certo, è ammirevole. Ma le imprese possono fare ben di più». Nel suo caso, si appresta a diventare una Società Benefit, una delle prime in Veneto a sfruttare la legge in vigore dal 2016 sulla scia dell’esperienza americana. Anzi, l’obiettivo, a breve, è diventare pure una B-Corp certificata a livello internazionale.
Allora, per capire cosa sia Rione Fontana, bisogna andare a Vicenza. Sulla Strada Padana Superiore verso Verona c’è il Centro Capta, un luogo dove vengono accolti bambini e ragazzi con alle spalle problemi di disagio sociale e di difficile integrazione. Il Centro se ne prende cura durante il giorno, grazie a un team di psicologi e volontari. E’ gestito dalla Fondazione Capta (che poi è l’acronimo del motto «Camminare al piano terra assieme») che dal 2004 ha accolto almeno un centinaio di ragazzi.
La Fondazione è nata proprio per iniziativa di Claudio Tirindelli (assieme a Roberta Radich, che ne è la direttrice): lui ha deciso di dedicarci almeno due giorni la settimana e di investirci ogni anno una percentuale del fatturato della sua impresa di abbigliamento. E’ questo che rende speciale Rione Fontana: «Solo così posso creare davvero progetti a lungo termine». In più ha preso una casa e un casolare nelle campagne vicentine di Castelgomberto e ha creato una fattoria didattica per i mesi estivi. Il che fa il paio con la scelta animal free di Rione Fontana, decidendo di scommettere su linee di abbigliamento con nuovi materiali e di abbandonare capi di pelle animale.
Diventare Benefit e B-Corp non è una scelta scontata: «Per molto tempo ho pensato che le due cose camminassero separate». Poi la scoperta della recente legge sulle società benefit, grazie al progetto Bumo BEE ideato dalla Fondazione Ca’ Foscari di Venezia con fondi FSE gestiti dalla Regione. Il progetto sta seguendo una trentina di aziende venete, di cui almeno una decina è candidabile per una certificazione. «La legge sulle società benefit è un caso unico a livello internazionale, con il solo precedente degli Stati Uniti – spiega Maurizio Busacca, che alla Fondazione Ca’ Foscari fa ricerca sull’innovazione sociale d’impresa – Il fatto è che negli Usa le corporation investono in mecenatismo e attività sociali perché hanno grandi vantaggi fiscali, ma qui il tessuto produttivo è piccola e media impresa cui la legge non dà alcun beneficio». Dunque, «la sfida per noi è capire come possa funzionare nel nostro contesto, tenendo conto che il sistema d’impresa veneto ha una lunga vocazione sociale, solo che si esprime per gesti individuali e rimane pulviscolare».
Dunque, quale vantaggio può portare un riconoscimento legale o una certificazione? Nicola Giusto, che si occupa di brand identity e business development, sta accompagnando il percorso di Rione Fontana: «Di sicuro rappresenta un valore aggiunto in termini di reputazione aziendale e un potenziale di attrazione per nuovi investitori». Oltre al fatto che fornisce «un riconoscimento per ciò che realmente si fa», continua il ricercatore, evitando così di incappare nel cosiddetto washing (pink, green, fair o social), il lavarsi la coscienza con un bollino.
Secondo un report del 2018 della Fondazione Cuoa, le realtà italiane che hanno adottato questa forma giuridica sono circa 200, per il 20% a Nordest e il 48% a Nordovest. «Tra le Società Benefit esistenti – si legge nel rapporto – sono 33 (circa il 17%) quelle che hanno ottenuto anche la certificazione B-Corp». Quest’ultima, riconosciuta a livello internazionale, ha standard molto alti di verifica delle performance ecologiche e sociali, trasparenza e correttezza contabile, misurati attraverso un severo B-Impact Assessment.
In Italia sono 71 finora le aziende che sono riuscite a strappare la certificazione, di cui solo 6 sono Venete: la prima è stata la Pasticceria Filippi, a Zane nel vicentino e l’ultima Isola Bio di Badia Polesine (Rovigo), mentre quella con punteggio più elevato è stata la Metalli Lindberg di Conegliano (Treviso) con 86,5 punti su 200 (il minimo è 80).
La Certified B Corp, il network che raccoglie e sostiene le aziende certificate ha raccolto 200 studi accademici a livello internazionale: «l’88% delle fonti recensite evidenzia che le aziende con pratiche di sostenibilità robuste – si legge nel suo ultimo report – raggiungono una migliore performance operativa che si traduce in maggiori profitti». E ancora: «L’80% degli studi esaminati dimostra che le pratiche di sostenibilità hanno una influenza positiva sul ritorno degli investimenti».
Quando si chiede a Claudio Tirindelli se si sente un imprenditore filantropo, lui si schermisce. «Non proprio», dice. «Il mio obiettivo è quello di creare valore per distribuirlo». Una contraddizione? «No, perché ne beneficio dal punto di vista umano e imprenditoriale. Dà senso alla mia parte business e alimenta la mia parte social». E aggiunge: «se lo faccio io, immaginate se fossero in tanti a farlo, immaginate se fossero le imprese più grandi, molto più grandi della mia».
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