Il futuro del libro? Passa per la voce. E i librai? Diventeranno dei narratori di sé stessi. Si parla sempre di crisi di libri e di lettori ma «la verità è che viviamo in un mondo in transito con strati di vecchio e di nuovo che si sovrappongono, alcune cose sembrano chiare e altre ancora non le vediamo anche se già sono realtà». Dice così Roberto Liscia, top manager di lungo corso e presidente di netcomm, il consorzio del commercio digitale italiano, vale a dire una business community di 400 realtà d’impresa.
Liscia è di ritorno dal Retail’s Big Show di New York, il più importante appuntamento del commercio al dettaglio a livello internazionale. Ora è a Venezia, alla prestigiosa Scuola di librai Umberto ed Elisabetta Mauri, che ogni anno tiene nell’Isola di San Giorgio (22 – 25 gennaio) un Seminario di Perfezionamento (questa è la 36ma edizione) in collaborazione con Messaggerie Libri e Messaggerie Italiane, le associazioni di librai ed editori e il Centro per il Libro e la Lettura.
Lei parla di consumatore onlife: si può dire che siamo anche dei lettori onlife?
«Sì, siamo perennemente connessi a leggere qualcosa e a cercare informazioni. Sono saltati tutti i paradigmi: il libro sembra essersi dissociato dal suo corpo di oggetto, lo spazio fisico è svanito, viviamo una dimensione dell’uso più che del possesso. Come consumatori sperimentiamo una sommatoria di discontinuità. Allora, se seguiamo le suggestioni del filosofo Luciano Floridi, tutte le tradizionali coordinate che ci tenevano legati a qualche “territorio” sono obsolete. E così, come lettori dobbiamo ricostruirci una nuova dimensione, sapendo che siamo usciti dal tempo della lettura come spazio residuale della nostra vita».
Cosa comporta questo?
«Credo significhi riconoscerci lettori sempre connessi alla nostra vita digitale. Che non è separata da quella fisica, ma ne è parte integrante. I millennials lo sanno già: non conoscono altro mondo che non sia questo. In una economia digitale dove l’esperienza è separata dal suo racconto, è verosimile pensare che quel racconto dovrà adeguarsi. Viviamo in un momento in cui mondi nuovi si aggiungono e si sovrappongono a quelli esistenti. Siamo di fronte a codici semantici e modelli cognitivi inediti. Quando mi chiedono se ci saranno ancora i libri, più che all’oggetto penso prima di tutto che sopravvivrà la buona scrittura. A New York discutevano di come cambierà il cibo e se le case del futuro avranno ancora le cucine o se ordineremo solo cibo just eat. Se penso al cinema, so che non sono scomparsi i film ma tutti i modelli di consumo sono stravolti. Così succede con i libri».
Attorno a cosa ruoterà dunque la dimensione di lettore del futuro?
«La maggior parte degli analisti sembra ritenere che le tecnologie si concentreranno sulla voce. E’ il canale che sta prendendo più centralità nelle forme in cui si organizza la vita quotidiana. Sarà declinata in tanti modi: per quel che riguarda l’editoria coinvolgerà tutto, dai modi di acquisto alla forma audiolibro, una sorta di lungo racconto a voce e personalizzato. Da qui il ruolo che possono giocare i chatbot e l’interazione sempre più sofisticata tra uomini e macchine. L’intelligenza artificiale sarà l’infrastruttura, anzi lo è già: è una di quelle cose che non percepiamo ma che è già entrata nei modelli predittivi e di analisi dei consumatori, nei cicli di produzione, logistica e consegna».
E cosa si può prospettare per i librai?
«Sappiamo che nel rimanere solo store, le librerie non potranno che essere sconfitte dal digitale. Dunque, qual è il valore aggiunto nell’avere a disposizione un punto fisico? E’ una domanda che si sta facendo l’intera filiera del retail internazionale. Tutti cercano un modo per “ingaggiare” i propri clienti. Cos’è l’ingaggio? Significa attrarre clienti che entrano in quel luogo perché sanno di trovare qualcosa di utile o di necessario e che non possono trovare da soli on-line. Ma significa anche far fare al cliente un’esperienza che incontrerà solo là: le grandi catene hanno scommesso sul food, i più piccoli dovranno in qualche modo costruire un’esperienza, che sia affascinante e sensoriale, diventando loro stessi dei narratori di qualcosa di inedito».
la Stampa