«La nonna era una donna schietta, diretta, non amava molto mostrarsi affettuosa. Forse dipendeva da una educazione rigida, chissà. Il ricordo più vivido che ho di lei è quando giravamo in gondola. E’ stata l’ultima persona a Venezia ad avere una gondola privata». La nonna in questione è Peggy Guggenheim, scomparsa 40 anni fa e le cui ceneri riposano proprio nel giardino del suo Palazzo Venier dei Leoni. Chi ne parla è Karole Vail: suo padre, Sindbad, era nato dal primo matrimonio della collezionista americana con Laurence Vail. Studi a Londra e a Firenze, storica e curatrice d’arte, Karole Vail dal 2017 dirige la celebre casa-museo veneziana, che dal 1979, alla scomparsa di Peggy, appartiene alla Solomon R. Guggenheim Foundation.
Cosa ha convinto sua nonna a trasferirsi a Venezia?
«Forse era già venuta da bambina, di sicuro gliel’ha fatta conoscere il marito Laurence Vail. Prima di venire qui, Peggy aveva vissuto vent’anni in Europa e poi a New York durante la guerra. In Europa è tornata nel 1947 e l’anno dopo è invitata ad esporre la sua collezione alla Biennale di Venezia, con un successo clamoroso. Era completamente affascinata dalla città».
Eppure era anche una città provata, povera, fuori dai grandi circuiti.
«Tutta l’Europa usciva dalla guerra. Lei ha portato le novità europee e americane e a sua volta ha incontrato grandi artisti come Santomaso, Vedova, Bacci. La sua presenza in città è stata una ventata di contemporaneo. La sua collezione era già famosa e in tanti venivano a conoscerla».
Aveva rapporti con il mondo accademico?
«Non credo e immagino fosse un mondo molto conservatore. Aveva rapporti con singoli, ad esempio con il grande critico Rodolfo Pallucchini o con collezionisti come Carlo Cardazzo, di cui era anche amica, entrambi interessati alle nuove avanguardie».
E come reagiva la Venezia del tempo alla sua presenza?
«Peggy portava qualcosa di incredibilmente nuovo: ebrea, americana, con uno stile tutto suo, innamorata del contemporaneo. Molto diversa dal mondo borghese e nobile veneziano che sicuramente la guardava con sospetto. Eppure è riuscita a conquistare tutti: negli anni 50 -60 le sue feste attiravano chiunque, dal mondo dell’arte alla politica, gli affari e la cultura. La casa era un punto di riferimento per gay e lesbiche, che lo sentivano come uno spazio di libertà».
E per i veneziani più comuni, chi era Peggy? Un’americana stravagante?
«Stravagante, sì. Ma vedere ogni giorno questa signora passeggiare con i suoi cani per le calli deve aver creato un rapporto di affetto. Lei apriva la sua casa e il suo giardino a tutti durante la settimana. E questo è stato il suo più grande regalo alla città».
E’ anche il lascito a chi l’ha gestita dopo la sua morte.
«Sì, credo sia rimasto uno spazio intimo. Questa dimensione di casa-museo è importante, ma non può essere un mausoleo, non possiamo rimanere intrappolati nella storia. Così ha fatto il precedente direttore, e così voglio fare anch’io. Deve restare uno spazio vivo».
Il fatto di essere la nipote di Peggy rende più difficile l’incarico?
«Certo è uno spazio di famiglia, ma io non c’ho mai vissuto. Mi appartiene fino a un certo punto. Devo andare oltre, devo essere molto obiettiva. So che con quel legame familiare devo farci i conti: ci sarà sempre una sensazione di tenerezza o di critica… Ma questo è un museo di tutti, non è mio».
Dai tempi di Peggy, oggi a Venezia ci sono altri collezionisti-mecenati
«Lei è stata una sorta di modello per quello che sarebbe avvenuto molto dopo. Oggi Pinault, Prada e altri hanno collezioni straordinarie, ma sono visioni diverse: lei non voleva essere considerata una gallerista o una mercante d’arte, ma solo una mecenate.Peggy rimane unica».
Corriere del Veneto | Corriere della Sera