«Sia Melbourne che Sydney hanno recentemente registrato temperature fino a 47 gradi. Dalla metà del secolo in poi potrebbero superare i 50. L’impatto umano e sociale è enorme e dobbiamo attrezzarci. Da dove cominciare? Proprio dalle città». Nigel Tapper è forse il climatologo più famoso al mondo. Australiano, docente alla Monash Univeristy, nel 2007 ha vinto il Nobel per la pace, assieme a Al Gore, con l’IPCC, l’Intergovernmental Panel on Climate Change.
Lunedì 3 dicembre Tapper era a Venezia, in occasione del Festival della Terra, un evento che ogni anno è promosso dalla Fondazione Principe Alberto II di Monaco e dall’IPCC, partner l’Università Ca’ Foscari, il Museo Oceanografico di Monaco e l’Orto Botanico di Padova. Lo stesso giorno a Katowice si è aperta COP24, la Conferenza dell’Onu sul clima.
Professore, di fronte a eventi climatici così drammatici, le nostre città sembrano impreparate e indifese. Quali misure dovrebbero immediatamente prendere?
«Non conosco il caso italiano, ma so che molte città dell’Australia e del Nord America sono in prima fila, sia in termini di azioni di mitigazione che di adattamento. In Australia, questo è in parte dovuto agli impatti che già abbiamo subìto, sotto forma di ondate di calore e di siccità. Molti governi locali hanno chiaramente definito delle politiche sostenute da azioni concrete, ad esempio implementando strategie verdi nei centri urbani e di raccolta e riutilizzo dell’acqua piovana. Melbourne, ad esempio, ha previsto di arrivare a un 40% di tetti green rispetto al 20% attuali. Simili approcci di “raffreddamento” delle città durante le ondate di calore permettono di avere sicurezza idrica così come azioni di mitigazione climatica».
Che cosa significa allora una “città resiliente”?
«Una città è resiliente se si protegge rapidamente da choc climatici. La chiave è avere solidi piani, sostenuti da finanziamenti sicuri e azioni sul terreno, progetti integrati e inter-settoriali. Un altro esempio: Melbourne e lo Stato di Vittoria si sono dotati di un piano per le ondate di calore, sviluppato da ricercatori e agenzie climatiche, che prevede tempestive comunicazioni e mette insieme tutti i servizi di emergenza e sanitari locali. Abbiamo dimostrato che un simile approccio può dimezzare il tasso di mortalità, soprattutto tra i più anziani, durante eventi estremi».
Siamo in piena rivoluzione digitale: come possiamo usare al meglio i big data, l’intelligenza artificiale, le nuove forme di comunicazione? Possiamo immaginare un’epoca eco-digitale?
«E’ una questione interessante. Non ci sono dubbi che l’era digitale ci offra enormi opportunità per analizzare e gestire gli eventi. Ad esempio le “citizen weather stations”, connesse al web, si sono moltiplicate, diventando un’efficace estensione delle stazioni climatiche “ufficiali”.
Penso comunque che ci sia anche una modo per “apprendere dalla natura”: se trasformiamo lo spazio urbano in un ambiente più naturale, possiamo diminuire il rapporto acqua/energia e abbassare le temperature, ad esempio rimuovendo le superfici pesanti e impermeabili con materiali soft, permeabili e aumentando il verde in città».
E come stanno reagendo le città americane di fronte alla decisione di Donald Trump di uscire dagli Accordi di Parigi?
«Trump si è posto in contrasto con molti governi e città americane. Negli Usa e in tutto il mondo ci sono ora alleanze per sviluppare azioni concrete e scambiare conoscenze su come affrontare la situazione. Penso al New Green Deal, un movimento negli Usa che è una sorta di Piano Marshall per l’ambiente. Penso al C40, la rete di città globali o alle attività di Cities IPCC che in marzo terrà una grande conferenza in Canada».
In Europa negli ultimi anni si parla molto di “decrescita” come alternativa ecologica. Cosa ne pensa?
«Non conosco bene questo movimento, so che si rifà alle teorie dei “limiti della crescita” e dall’approccio di “impronta ecologica”, riconosce che le risorse sono limitate e che la crescita demografica così come gli attuali standard di vita non sono sostenibili. Abbiamo raggiunto un punto in cui è già avvenuto un degrado significativo e globale dell’ambiente, per cui è davvero realistico e coerente che si debbano cercare modelli economici alternativi. Ma come farlo non sarà davvero facile».