Un hub hi-tech per i beni culturali

Scansioni di enormi monumenti o piccolissimi reperti, riproduzioni perfette di opere a rischio, software per catalogazioni e letture iper-complesse di dati, pellicole di protezione e nanomateriali per il restauro e la conservazione: sono alcuni dei brevetti che potrebbero uscire dal neonato Centre for Cultural Heritage Technology (CCHT) di Venezia, inaugurato lunedì 19 novembre al Vega, il parco scientifico alle porte della città lagunare. 

L’iniziativa di dar vita a un centro di eccellenza per le tecnologie applicate al patrimonio d’arte e culturale viene dall’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) e dall’Università Ca’ Foscari di Venezia. Il CCHT è infatti il dodicesimo centro di ricerca dell’IIT in Italia, cui si affiancano due outstation negli States, uno a Harvard e l’altro al MIT. 

Per Roberto Cingolani, direttore scientifico del network pubblico (ma di diritto privato), la scelta non poteva che cadere su Venezia, «per la concentrazione di patrimonio d’arte, storico, architettonico e ambientale che c’è qui». E per la presenza di Ca’ Foscari, che ha accettato la sfida, mettendo a disposizione prima di tutto il know how suoi dipartimenti di scienze ambientali e di informatica, di scienze molecolari e di nanostistemi e le sue ricerche in corso, dalla chimica all’archeologia. L’IIT ci mette 5 milioni di euro in 5 anni e il Vega una struttura da 360 mq. 

A dirigere il nuovo Centro, una figura sul crinale tra tecnologia e umanesimo: lanciata una call su Science, tra i 100 curricula arrivati è stata infine scelta Arianna Traviglia, archeologa, specialista in Landscape Archeology, una sorta di ingegnera dei territori del passato remoto, una laurea proprio a Ca’ Foscari e poi otto anni di ricerca a Sidney. Tornata con un Marie Curie, ora si trova a capo di un Centro che punta ad essere all’avanguardia a livello internazionale. 

«Il primo obiettivo – esordisce – è chiarirci cosa davvero serva al sistema dei beni culturali: dobbiamo individuare precise necessità e su quelle concentrare le nostre ricerche. Dobbiamo darci un metodo, insomma. E dalle ricerche trovare delle soluzioni che siano esportabili, replicabili, brevettabili». Per farlo vuole coinvolgere tutti gli stakeholders sul campo, dai musei alle gallerie, istituzioni ed operatori. «Puntiamo a creare reti – sottolinea più volte – dove veicolare e raccogliere le informazioni che ci servono così come i risultati che otterremo».

Alessio Del Bue sarà uno dei ricercatori IIT che opereranno qui. Si occupa di Visual Geometry and Modelling, le applicazioni più avanzate di intelligenza artificiale. «E’ possibile ricostruire copie di monumenti ed opere – racconta – fare scansioni su larga scala anche urbana o riprodurre frammenti per un’analisi inimmaginabile con gli strumenti tradizionali». Il machine learning si è ampliato enormemente «e la possibilità di elaborare e interpretare una massa di big data può avere applicazioni sul patrimonio culturale ancora tutte da esplorare». 

Per il 2020 il Centro vuole essere a regime, con almeno 20 unità operative su «linee di ricerca del tutto nuove per l’IIT», sottolinea la neo-direttrice. Questo potrà essere l’incubatore di nuovi progetti e la cabina di regia per quelli che già si stanno sperimentando a Venezia, come ricorda il rettore, Michele Bugliesi, che porta in dote «studi e fondi sulle nanotecnologie e sui materiali chimici per il restauro e la conservazione delle opere, così come le innovative scansioni di documenti antichi avviate con il Venice Time Machine, il progetto in partnership con il Politecnico di Losanna e l’Archivio Storico Nazionale». 

Connettere saperi, mettere a fuoco bisogni, trovare soluzioni inedite e brevettarle: di fronte a un patrimonio sempre a rischio, minacciato da incuria, mancanza di risorse o catastrofi naturali, ricorda Cingolani, «sostenibilità significa anche una società della conoscenza che preserva la storia». Il che significa dare anche un altro ruolo all’intelligenza artificiale.

La Stampa

Lascia un commento