Qual è oggi la frontiera più avanzata dell’architettura? Enrico di Munno e Valentina Temporin, fondatori dello Studio PoPlab, non hanno dubbi: «dentro la rivoluzione digitale». Vale a dire «là dove digitalizzazioni, connessioni, sensori, nuovi materiali e tecnologie costruttive si incontrano e creano un’interazione inedita tra progetto e costruito».
La prima sorpresa è che il loro PoPlab ha sede in un lembo della provincia italiana, Rovigo, da sempre considerato un margine del sistema Italia e lontano dai grandi centri di innovazione. Ed è qualcosa di più di un classico studio di architettura: «possiamo dire che è un’impresa, un’officina e una scuola assieme», dicono sorridendo. PoPlab occupa 500 metri quadri all’interno di un ex-zuccherificio ed è uno più grandi fab-lab italiani: ospita attività di progettazione di edifici e prodotti industriali, prototipazione e workshop con ricercatori da tutto il mondo. Qui si danno appuntamento designer, ingegneri navali e meccanici, informatici e grafici, imprenditori, progettisti.
E’ qui che è nato il master dell’Università Iuav di Venezia dedicato al Design to Production e che da novembre proverà a tener strette l’analisi teorica e la possibilità di realizzare prototipi e sperimentare software. Un master unico in Italia, con queste caratteristiche, e che non a caso riprende esperienze simili condotte a Barcellona e a Parigi. I corsi previsti vanno dal Simulation Based Design tenuto da Matteo Diez (Cnr di Roma) al Computational Design (Paolo Alborghetti del Woods Bagot di Sidney), o ancora le facciate intelligenti disegnate da Fabio Favoino del Politecnico di Torino e l’elettronica di Emma Pareschi del Waag di Amsterdam, solo per citarne alcuni.
Il punto è che c’è un mercato per tutto questo. «Il Cresme, il Centro di ricerche economiche e di mercato dell’edilizia, nel suo ultimo rapporto, lo ha descritto bene – spiega Valentina Temporin – Il mercato sta entrando nella sua seconda rivoluzione industriale dopo quella del cemento armato». L’architetto mostra gli ultimi report già sui tavoli dei governi europei: «Nel Regno Unito la Construction Product Association scrive che l’unico futuro possibile sia quello in cui il processo progettuale si integra con la circular economy». E ancora: «Il centro ricerche Roland Berger per il mercato tedesco indica la digitalizzazione come la sola strada per il mondo delle costruzioni, in modo da ottimizzare il processo progettuale e quello costruttivo».
In altre parole, aggiunge Enrico di Munno, «ora possiamo dare corpo a quella parola, innovazione, rimasta almeno qui come una sorta di chimera retorica e possiamo farlo nel mondo dell’architettura che più lentamente rispetto ad altri settori sembra sfruttare le potenzialità digitali».
Gli architetti di PoPlab hanno già una densa esperienza sia nel costruito (sono loro gli interni del Maxxi Base e l’isola pedonale del Pigneto a Roma) sia di produzioni industriali (ad esempio le piastrelle in terracotta per la Fornace San Marco e i nuovi seggiolini della Belelli). Tutte architetture parametriche, «basate cioè sul lavoro creativo e scientifico attorno agli algoritmi, dunque disegnando alla sorgente, sui codici di progettazione», spiegano. In più, «preferiamo processi progettuali estremamente partecipati con manifatture e imprese, per sfruttare al meglio le potenzialità dei loro processi produttivi».
Questo transitare tra commesse pubbliche e private e tra design urbano e industriale ha permesso una tale versatilità nella progettazione, da essere considerati una delle esperienze di architettura più interessanti nel panorama nazionale. E sfruttando al meglio i bandi comunitari sull’innovazione, che li mette in contatto con imprese e nuovi committenti, gli è valsa l’attenzione di Confindustria e Università.
PoPlab sembra il frutto di un decennio di crisi che ha sparigliato le carte e così manifatture, costruttori, architetti e atenei hanno scoperto di avere un destino comune. Una scelta che «certo ibrida la nostra fisionomia di architetti e ci fa interrogare sempre sulla nostra identità, ma ci dà molta energia e libertà di ricerca – dicono – e ci pone a interloquire a livello internazionale».