Quali elementi di innovazione sociale riescono a produrre le imprese venete? Qual è la loro proiezione strategica nel territorio dove operano? Quale senso di responsabilità sociale conoscono? Alcune recenti ricerche hanno provato a dare qualche risposta: luci e ombre inchiodano un modello pulviscolare che sembra ancora lontano da una propensione a rischiare sugli sguardi lunghi e profondi. Queste imprese, capaci di grandi slanci adattivi e di una certa spregiudicatezza nella gestione del business, messe alla prova sulla capacità di incidere nella sfera sociale in cui operano, sembrano balbettare.
L’Università Ca’ Foscari ha presentato una ricerca nell’ambito dello Strategy Innovation Forum che si è tenuto a Venezia dal 25 al 27 ottobre. Un team di ricercatori, guidati dai docenti Stefano Campostrini e Carlo Bagnoli, ha contattato 3500 aziende. Lo spettro preso in esame ha un profilo molto articolato sia per dimensioni (36% micro, 33% piccole, 20% medio, 10% grande) che per attività (55% servizi, 26,4% manifattura, 16% agricoltura e alimentare). «Un campione così ampio non ha precedenti», assicurano i ricercatori.
Mille delle imprese intervistate risultano aver preso iniziative con un certo grado di innovazione e di impatto sociale. Quali? Per la maggior parte (435) hanno investito nel fornire saperi e formazione (azioni di cosiddetta governance), altri hanno puntato su azioni sociali nel territorio (368) e infine 228 nel migliorare la sostenibilità e la riqualificazione ambientale dell’azienda (azioni environmental). Viste su scala geografica, le vicentine hanno investito di più nel primo ambito, quelle nel veneziano e nel veronese di più nel secondo.
«Queste 1031 azioni monitorate sono tutte importati – riflette Chiara Mio, che a Ca’ Foscari ha la cattedra di management – Ma siamo lontani da quello che noi intendiamo per innovazione sociale». Per comprenderlo, è utile avvicinarsi più in dettaglio.
Nell’ambito della “governance”, quasi 200 hanno scelto di migliorare il welfare secondario dei dipendenti, sia con benefit economici sia con interventi di formazione o conciliazione vita/lavoro; 144 hanno preferito puntare su formazione e responsabilità e 109 nel migliorare il rapporto con i clienti.
Tra chi invece ha realizzato interventi ambientali, 97 hanno investito sulle proprie strutture produttive, provando a ridurre gli impatti e i consumi o a ottenere certificazioni; 90 hanno cambiato macchinari e rimodellato i processi produttivi; 35 hanno messo in moto forme di riciclo e circolarità; solo 15 hanno lavorato sulla tutela esterna all’azienda.
Infine il lato social: 74 hanno fatto sponsorizzazioni e donazioni, 107 hanno provato a valorizzare il territorio, 76 si sono concentrate su progetti di vulnerabilità sociale e 121 si sono cimentate con le reti.
Insomma, siamo di fronte a imprese che sono sì attive e pure spesso generose, ma molto concentrate su di sé, un po’ per recuperare evidentemente dei gap strutturali che pesano come tare (impianti o processi produttivi obsoleti, conoscenze digitali, consapevolezza ambientale, welfare aziendale fantasmatico), un po’ per un deficit di cultura d’impresa al passo coi tempi.
«Potremmo dire che molte imprese venete hanno intrapreso una buona gestione per migliorare o persino innovare le proprie attività, ma questo non significa che abbiano prodotto delle innovazioni della sfera sociale e abbiano partecipato a trasformarla», ci spiega Maurizio Busacca, un ricercatore sociale che collabora con la Fondazione Ca’ Foscari. «Sull’innovazione sociale pesa una certa retorica, che spesso nasconde anche casi particolarmente brillanti», dice.
Questo ripiegare lo sguardo verso l’interno si incrina solo di fronte alle tante attività di beneficenza, che d’altra parte sopperiscono a istituzioni pubbliche prive di risorse o disattente soprattutto nelle pieghe della provincia. E comunque la tradizione cattolica ha impastato da sempre imprese e territorio. Eppure anche su questo ci sarebbe da riflettere, dicono a Ca’ Foscari: «Le attività di charity fanno onore alle aziende, ma cosa producono sul lungo periodo? – si chiede Mio – Sono davvero un modello per innovare le dinamiche sociali o rischiano di perpetuare le diseguaglianze? Quale dimensione strategica possono avere per l’azienda?».
La questione, dunque, è saper individuare dei veri e propri investimenti che facciano produrre un salto di qualità all’azienda e al contesto in cui è immersa. La prima chiave è il tempo: «più un’azione è proiettata sul lungo periodo, più produce impatto sociale», sottolinea Alberto Brugnoli, docente di innovazione strategica, L’obiezione è che per farlo ci vogliono risorse, cosa che solo le grandi aziende si possono permettere. «Questo apre due questioni – continua Brugnoli – La prima è che innovare è una necessità: in altri paesi le aziende lo fanno anche ricorrendo al debito. Ma per considerarla un’opzione plausibile, c’è bisogno di un salto culturale». E la seconda? «Le piccole imprese potrebbero farlo creando degli eco-sistemi di business, coinvolgendo cioè tutta una serie di soggetti interessati: in questo modo l’impatto verrebbe duplicato».
Qui entra in gioco un altro livello delle ricerche. Riguarda la responsabilità sociale, cioè la capacità di produrre senso e di mettere a valore tutte le risorse di un territorio: «L’innovazione sociale si riferisce al capitale umano, ma c’è anche un capitale sociale che l’azienda può mobilitare – spiega Luca Zarri dell’Università di Verona – Ha a che fare con il territorio e con tutti i soggetti che ci vivono. L’azienda, invece che interrogare i classici stakeholders che ha attorno, dovrebbe considerare se stessa uno di loro».
Attivare questa «responsabilità sociale del territorio» è l’altra sfida dunque che aspetta tutti. L’Università di Padova ad esempio ha monitorato quattro “luoghi produttivi” della regione per capire in che modo questi eco-sistemi territoriali reagiscano alle interazioni tra realtà d’impresa e spazio sociale. Coinvolti sono la Zip padovana, il distretto del prosecco trevigiano, la filiera della pesca veneziana e la rete di servizi nell’alto vicentino. «Non c’è nessun “modello” veneto da trovare in questo ambito, ogni caso ha la sua specificità», mette le mani avanti Patrizia Messina, docente di Scienza Politica alla guida del Centro Studi Giorgio Lago.
Eppure, la dimensione sociale della responsabilità d’impresa ruota attorno ad alcuni assi, dice: «ognuna si deve sentire parte del territorio, anche se non ne è consapevole; ci sono dei “beni comuni” di cui prendersi cura insieme; si può contribuire a generare comunità sostenibili; si può fare rete con l’obiettivo di diventare un community-holder».
Le imprese venete sono capaci di stare su questo terreno? «Sono casi isolati – spiega – Per riuscirci dovrebbero essere capaci di incrociare la propria responsabilità sociale d’impresa, pratiche di sviluppo sostenibile e forme di innovazione sociale». Dunque: se quest’ultima manca e le altre due sono claudicanti, «non si attiverà mai quella che chiamiamo “responsabilità civile”, che ha che fare con il comportamento degli attori in gioco, le loro scelte, la loro consapevolezza».
Certo, ci sono delle eccezioni: è il caso di Banca Etica o delle filiere di imprese sociali vicentine. Esempi virtuosi attorno alle frontiere di una innovazione che sembra di là da venire e con cui le imprese venete dovranno confrontarsi. Come innescare un salto di qualità? Magari partendo da un piccolo capitale che pure c’è, sottolinea Chiara Mio: «Osservando i profili di chi compie azioni di una qualche innovazione sociale, il 29% sono manager under 40 e il 17% donne. Sostenere quel management può fare la differenza».
Corriere