La tenace bellezza di Petrit

Si può scivolare in un sonno profondo e sognare. Ci si può svegliare, anche se il sogno continua. E camminare tra voci attutite e suonatori di ocarina, attraversare una nube di schegge e detriti e passare accanto a uccelli che ti osservano quasi sbigottiti.
Petrit Halilaj ci ha abituati a installazioni ad alto tasso poetico e sontuose giostre di rimandi alla sua terra. Così, non delude neanche a Torino, ospite della Fondazione Merz (dal 29 ottobre al 3 febbraio), ultima tappa di una trilogia che è partita dal suo Kosovo. Shkrepëtima si intitola. Che vuol dire lampo ed è come un pensiero improvviso. Shkrepëtima è anche il titolo della rivista multietnica pubblicata in Kosovo tra gli anni ’70 e ’80. Dopo di allora e prima che il secolo chiudesse, sono solo lampi di guerra. 

Nessuno è uscito indenne: Petrit Halilaj, classe 1986, ha 13 anni quando le truppe serbe spazzano  il suo paese, finendo a loro volta sotto tiro dalla Nato. In un campo profughi, uno psicologo italiano, Giacomo Poli, nota i disegni di questo ragazzino spaurito e gli procura una borsa di studio. Poi una laurea a Brera e infine l’approdo a Berlino. Nel 2013 rappresenta il suo paese, da poco indipendente, alla Biennale di Venezia. Oggi Petrit Halilaj è uno degli artisti più intelligenti della scena internazionale.

A forza di chiudere i porti e gli occhi di fronte ai rifugiati si rischia di perdere talenti, sembra dire la storia di Petrit Halilaj. «I confini evaporano sotto il volo degli stormi che migrano da una costa all’altra – dice – Intere civiltà sono fiorite identificandosi in queste creature o dando loro poteri sovrumani». E’ tutto quello che lui sa sull’urgenza di migrare. E di tornare. 

Per realizzare Shkrepëtima, è volato a Runik, la città della sua infanzia, dove ha fatto rivivere un centro culturale abbandonato, ha scritto una drammaturgia con le storie della gente del posto e l’ha dispiegata come una lirica corale. A Torino riprende quella mistura di performance e installazione visiva e la ricompone come fosse la variazione dello stesso sogno in cui siamo invitati a entrare.

il Venerdì

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