L’arte della controversia

L’arte, si sa, può finire in tribunale. Nel volume «The Art Collecting Legal Handbook», edito da Thomson Reuters nel 2016, i due curatori Massimo Sterpi e Bruno Boesch raccontano alcuni casi eclatanti. C’è il freeport Yves Bouvier trascinato di fronte a una corte per commissioni non dichiarate quando si è trovato a vendere opere milionarie al collezionista russo Dmitry Rybolovlev. C’è la disputa tra il celebre gallerista Gagosian e la famiglia del Qatar per un capolavoro di Picasso. E c’è il reclamo degli eredi della Herzog Collection che chiedevano la restituzione di 40 opere rastrellate dal governo fascista ungherese durante l’ultima guerra. Il mondo dell’arte si è fatto globale e aggrovigliato e i problemi che possono sorgere sono diventati più sofisticati. E le controversie legali sono a loro volta aumentate esponenzialmente.

Di sicuro nessun collezionista o artista vorrebbe finire in un tribunale italiano, dove i tempi di una causa civile possono dilatarsi a dismisura. Un’alternativa, almeno in molti casi, ci potrebbe essere: l’arbitrato. Dunque un paziente negoziato tra le parti condotto da esperti e da legali che possano ricomporre la lite. Semplice, no? Tutt’altro. Eppure è la scommessa lanciata dalla Camera Arbitrale di Venezia che, unica in Italia, ha pensato fosse il momento di aprire un’apposita sezione dedicata all’arte. «Venezia non solo ha un enorme patrimonio d’arte antica, ma è ormai una capitale riconosciuta del contemporaneo  – dice Patrizia Chiampan, presidente della Camera – Qui si danno appuntamento, ma soprattutto vivono e lavorano, artisti, galleristi, collezionisti, studiosi, investitori, restauratori, registrar e professionisti in ogni ambito del mondo dell’arte».

La Camera Arbitrale è la più longeva nel panorama nazionale: nata nel 1990, riunisce i più diversi albi professionali, dagli avvocati agli architetti, commercialisti e consulenti del lavoro, amministratori di condominio e notai, oltre al Comune di Venezia, Unindustria e, fino alla recente riforma, anche la Camera di Commercio. «Ci sono modalità e strategie per risolvere i conflitti fuori e oltre le aule di giustizia, che già sono intasate e farraginose – sottolinea Chiampan – L’arbitrato costruisce un terreno di fiducia tra controparti e a volte ricompone persino relazioni d’affari che al momento della controversia si sono interrotte».

«L’importante è sapere – continua la legale – che l’arbitrato può essere previsto in un contratto oppure, se le parti non lo hanno messo nero su bianco, di fronte a una lite possono decidere di ricorrervi, scegliendo la sede di cui entrambe si fidano».

Perché, dunque, non esportare questo know how nel mondo dell’arte? Da aprile la Camera sta realizzando una serie di incontri seminariali di altissimo livello, «concepiti per far emergere i professionisti che potrebbero essere coinvolti – spiega Fabio Moretti, avvocato, che ha seguito la gestazione del progetto – E allo stesso tempo fornire strumenti e formazione specialistica in modo da trovarci a fine percorso attrezzati per affrontare controversie anche estremamente delicate». Rispetto a un tribunale, l’arbitrato permette percorsi molto più focalizzati, autorevoli e discreti. 

Lo sanno bene gli olandesi del Netherlands Arbitration Institute, che è l’altro unico caso in Europa dove da poco opera una sezione speciale per l’arte: «a Venezia ci candidiamo a un ruolo internazionale». Come? «Possiamo dimostrare che è molto più interessante condurre un arbitrato qui che ad Amsterdam», dice sorridendo il legale. La sfida sarà su «competenza, autorevolezza, costi, indipendenza», elenca Moretti. 

Uno che il settore lo conosce in profondità e da tempo è Alvise di Canossa, alla guida di Arterìa, tra le più importanti società di trasporto di opere a livello internazionale. «Siamo di fronte a problematiche nuove, emerse solo da una manciata di anni», dice subito. Prendete i collezionisti privati: «vi sono persone che hanno costruito dal dopoguerra in poi proprie collezioni di grande valore e che ora devono affrontare molte questioni: la conservazione, il restauro, la messa in sicurezza e soprattutto il passaggio generazionale». Un esempio: solo di recente in Italia si parla di trust patrimoniali, strumenti familiari da tempo nei paesi anglosassoni. Il che implica l’intervento di fiscalisti, commercialisti, notai, legali. «Non a caso i grandi studi legali e fiscali già si stanno dotando di veri e propri art department». 

Aggiunge l’imprenditore: «Il mercato italiano d’arte resta ancora piccolo rispetto ai grandi centri di compravendite, come New York, Londra, Singapore, Shanghai o i paesi arabi, basti pensare che per Christie’s solo l’1% del fatturato avviene in Italia». Ma è enorme la quantità di opere che si muovono per prestiti e mostre dall’Italia, «solo nel migliaio di musei pubblici entrano ed escono tra le 15 e le 20 mila opere ogni anno. Significa che solo in questo ambito, si si possono aprire controversie complicatissime».

Di quali casi, dunque, stiamo parlando? Nessuno di quelli trattati finora dalla Camera arbitrale si può conoscere in dettaglio, «l’assoluta discrezione è alla base di qualunque arbitrato», mette le mani avanti Moretti. Una casistica comunque si può stilare: «Un esempio sono le opere controverse, di dubbia o contestata autenticità, per cui un collezionista può temere di aver acquistato un falso – spiega Patrizia Chiampan – Oppure restauri di opere contemporanee a seguito dei quali l’autore afferma di non riconoscere più il suo lavoro originale». E poi «controversie tra artista e gallerista sulle percentuali di vendita o, ancora, restauri contestati di opere antiche su cui si accendono liti tra imprese e proprietari». E poi c’è «la questione enorme dei patrimoni dispersi e sottratti – spiega Moretti – E qui si entra nell’ambito della “restitution”, come nel caso dei furti sistematici avvenuti durante la seconda guerra mondiale nelle collezioni familiari». E’ il caso ungherese citato all’inizio.

Un intero catalogo di controversie, dunque, sono possibili. E tutte richiedono un nugolo di specialisti che analizzano, verificano, certificano e cercano di destreggiarsi tra le maglie della legge. E, se non sono di fronte a una causa legale, magari si siedono attorno a un discreto tavolo di arbitrato.

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