Neanche i mestrini pensavano che la loro città avesse un colore. Ci sono volute due archistar, Matthias Sauerbruch e Louisa Hutton, di base a Berlino, per mostrarglieli. L’hanno percorsa e fotografata, mappata. Mestre, ne sono certi, è una variazione di rossi, beige, rosa salmone, crema e quel grigio quasi perlato. Per ricordarlo a tutti, stanno tappezzando il nuovo edificio da loro progettato nel cuore della città, con ventimila listelli policromi di ceramica. Un museo: M9 si chiama e aprirà a dicembre. Celebra il Novecento, che per Mestre significa il secolo in cui è cresciuta informe e in economia, nell’abbuffata della speculazione edilizia negli anni del boom e del lavoro a Porto Marghera. Ma scoprire di vivere in una città a colori è coinciso con la febbre, contagiosa, dell’affitto ai turisti. Soprattutto quelli che viaggiano low cost respinti da una Venezia, ormai satura e attratti dalla terraferma.
Per i veneziani Mestre resta solo l’inizio della “campagna” che per loro è sempre stato tutto ciò “di là dal ponte”. Peccato che, nel frattempo, quelli rimasti a vivere sull’acqua, ormai appena in 53 mila, abbiano perso qualsiasi senso di “città”: prima, hanno visto scomparire il negozio sotto casa, poi a causa dei costi da capogiro, anche una casa dove stare, mentre tutte le funzioni economiche e direzionali si spostavano in terraferma. Si sono così ritrovati in un minuscolo, seppur abbacinante, centro storico: una ressa di visitatori che si spintonano nelle calli, un ingorgo di tassisti, passeggeri di navi da crociera, hotel che aprono a ritmo incalzante, panetterie che diventano rivendite di vetri made in Cina e gallerie d’arte. Di più: l’unica soluzione trovata per salvarla dalle maree, il Mose, si sta arrugginendo sotto la laguna; nessuno sa se funzionerà e soprattutto quanto costerà mettere in movimento le paratie contro l’acqua alta. Le uniche cose certe sono le inchieste giudiziarie che hanno coinvolto il maxi appalto pubblico.
E’ ormai da un secolo che le due città sono avvinghiate in un unico organismo, eppure mai come oggi si può capire la città “d’acqua”, solo se si osserva quella “di terra” che sta subendo tutta la pressione che arriva dalla prima. «Intendiamoci, di per sé il turismo è un’economia intelligente perché si organizza attorno alla curiosità delle persone. Ma sopra una certa soglia diventa vorace e ingoia tutto» riflette Gianfranco Bettin, sociologo, scrittore e politico. Ormai la febbre di affittare ai turisti la propria camera o l’intero appartamento è diventata contagiosa sia di qua che di là dal ponte. Gli uffici comunali stanno registrando, solo nella terraferma, una media di due nuove richieste di locazioni turistiche al giorno. Spesso messa sul banco degli imputati, Airbnb a fine maggio ha reso pubblico un report che riguarda l’intero territorio veneziano: ha calcolato che per ogni abitante ci sono 73,8 turisti, ossia tra i 23 e i 28 milioni di visitatori all’anno. Ma sempre Airbnb rivela che meno del 3 per cento dei viaggiatori che arrivano a Venezia e a Mestre utilizza la sua piattaforma online «mentre ad Amsterdam o a Barcellona la percentuale sale al 12 e al 18 per cento». L’impatto è così forte che alcune linee del trasporto urbano sono già al collasso. L’intera area della stazione di Mestre, uno degli snodi ferroviari più importanti del Nordest , è un cantiere a cielo aperto. Si costruiscono alberghi. Lo storico hotel Plaza ha appena aperto un ostello di 780 posti, dedicati ai millennials mentre in una strada poco distante un tempo off- limits per microcriminalità, le gru stanno terminando tre hotel, investimento dell’austriaca MTK, già ceduti in gestione a colossi dell’hotelerie. Ma la febbre è alta a Mestre soprattutto sul fronte del turismo low cost. Di fronte procede il raddoppio dell’ostello della catena AO, inaugurato solo un anno fa. Il prossimo giugno saranno 3800 i nuovi posti letto disponibili. Un letto a poco più di venti euro è una calamita per i viaggiatori giovani e Mestre è una meta naturale per loro. Persino nella Hybrid Tower, la torre da diciannove piani che si dà arie vezzose, ma sorge nel desolato parcheggio di un ipermercato davanti al cavalcavia per Venezia, i mini-appartamenti si descrivono «in prossimità del Ponte di Rialto e della Basilica di San Marco».
Il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro a capo di una giunta di centrodestra, è un entusiasta. Ad ogni apertura di hotel a Mestre esulta: «Si recuperano zone di degrado grazie agli investimenti privati». Sarà pur vero, ma non riesce a nascondere come Mestre stia subendo una distorsione immobiliare, alberghiera e non. Il che «potrebbe tradursi in un acceleratore di svuotamento della città» continua Bettin «Mestre è in piena metamorfosi: più che assecondare quello che accade, servirebbero idee». Venticinque anni fa, l’ex sindaco Massimo Cacciari prendeva in mano la città e forse la sua è stata l’ultima visione di Venezia come di un corpo urbano plurale, quello che Bettin chiama «un arcipelago metropolitano». La più difficile delle sfide resta la bonifica di Porto Marghera e la sua riconversione in produzioni pulite: il sogno di fare come la Ruhr si è realizzato solo in minima parte. L’eredità del sindaco-filosofo è stata depauperata dai suoi successori e definitivamente sepolta dal nuovo sindaco-imprenditore. Quest’ultimo prova a spostare in tutti i modi il baricentro dalla laguna alla terraferma, con i modi spicci e l’ottimismo del patron di una squadra di basket di successo. Dopo aver tenuto fermo per tre anni un accordo di riqualificazione della stazione di Mestre, Brugnaro ha strappato alcune concessioni dalla Regione e dalla Ferrovie. Il piano prevede una piastra da costruire sopra i binari che collegherà Mestre a Marghera: sarà una piattaforma commerciale con altri due hotel sopra. Sua è l’idea di portare le navi da crociera a Marghera per risolvere il divieto di passaggio di fronte a San Marco, stabilito dopo l’incidente della Costa Concordia. Soluzione ora sul tavolo del nuovo governo, ma l’ampliamento di una serie di canali porterebbe i giganti dalle Bocche di porto di Malamocco a costeggiare Marghera e fermarsi in un nuovo terminal tutto da costruire in un paesaggio post-industriale. «Noi Marghera la vogliamo diversa, sostenibile ma comunque industriale e portuale» ha detto Brugnaro alle celebrazioni dei cento anni di Porto Marghera. Cosa significhi non si sa, ma per l’occasione ha tenuto acceso per settimane un faro puntato in un punto sconosciuto del cielo.
Nel frattempo, «il problema non è solo gestire i flussi di turisti, ma avere una visione della città» ripete il rettore di Ca’ Foscari, Michele Bugliesi. Una città complessa, cosmopolita e metropolitana. Capace di avere progetti propri, più che subirli. L’ateneo ha aperto a Mestre un campus che tra due anni sarà collegato sia al Vega, l’hub scientifico e tecnologico di Marghera sia al parco San Giuliano davanti la laguna. Le operazioni di micro-chirurgia a volte sono miracolose. Come quello del museo M9, opera della Fondazione Venezia, inserito in un tessuto urbano che ha recuperato un antico convento.«I luoghi attorno ai musei crescono e cambiano cinque volte più veloci» ricorda il rettore. Vista dalla città “di terra”, quella “d’acqua” resta lontana e familiare assieme. E i famosi tornelli, fissati ai piedi del ponte di Calatrava all’ingresso di Venezia per ordinare l’orda, fanno persino tenerezza. Per il momento, tengono solo occupati i vigili urbani.
il Venerdì