Freespace, la Biennale dell’architettura generosa

«Generosità»: è la parola che più ricorre nei progetti della 16ma Biennale di architettura che da ieri a Venezia si presenta al mondo e da sabato al pubblico (fino al 25 novembre). La generosità di cui parlano le due curatrici irlandesi, Yvonne Farrell e Shelley McNamara, non si riferisce solo alla responsabilità sociale dell’architettura, ma soprattutto alla sua capacità di liberare e dunque restituire luce, aria, suoni, che poi vuol dire empatia, relazioni, mutualità. Da qui il titolo “Freespace”, cioè «la capacità dell’architettura di offrire in dono nuovi spazi liberi e di soddisfare desideri inespressi», dicono le due curatrici.
«Una impostazione coraggiosa», secondo il presidente Paolo Baratta: «la Biennale ha l’ambizione di far tornare l’architettura, che è la più politica delle arti, al centro dell’attenzione di tutti, per farci sentire cittadini più consapevoli e ricchi». Dunque, come orientarsi in questa Biennale densa e raffinata?
Freespace alla lettera. Farrell e McNamara hanno posato il loro sguardo sugli ambienti espositivi prima di tutto come architetti. E così il loro approccio gentile e determinato ha liberato davvero gli spazi.
Le Corderie dell’Arsenale hanno ritrovato le grandi finestre e i muri antichi hanno riconquistato primo piano e il tutto ha preso un gran respiro. Nel Padiglione Centrale ai Giardini, lo spazio è stato ripulito, il tetto sovrasta di luce, le pareti si sono arricchite di partiture colorate; è stata persino riscoperta la finestra disegnata da Carlo Scarpa. E per l’ingresso hanno messo al lavoro il geniale collettivo inglese Assemble. Solo un’installazione: il pavimento. Sono le piastrelle d’argilla bluastre e aranciate, fatte a mano in encausto: escono dal laboratorio di ceramiche di Liverpool nato da un progetto di rigenerazione urbana con la attiva partecipazione della comunità locale.
Spazi pubblici e privati. In mostra ci sono molti spazi sociali: scuole e università, case dello studente, la facoltà di medicina della Columbia University in cui «le scale sono anfiteatri sociali» (Diller Scofidio+Renfro), piazze e auditorium. Ma anche un’ex-fattoria trasformate in albergo (Souto Moura) o una torre privata di uffici accarezzata dal vento di Guadalajara (Carmen Pinós). La Svizzera ci fa entrare invece nell’intimità di un appartamento labirintico immerso in un biancore abbacinante e tutto fuori scala, tanto è distorta la nostra esperienza nel mercato immobiliare.
Spazi sociali. E poi ci sono i mercati. Quelli che ancora resistono nelle piccole città di provincia dell’Irlanda profonda o i grandi mercati informali omaggiati dall’Egitto, come straordinari spazi di architettura sociale. In modo simile hanno lavorato anche Sami Rintala e Dagur Eggertsson a Forte Marghera, dove hanno costruito con le proprie mani «un edificio gioioso»: una struttura di legno, vicino all’acqua, con un cortile e un passaggio coperto, un palco, un bar, posti per sedersi, ballare, condividere tempo.
Spazi religiosi. E quando può essere generosa l’architettura quando è un incastro di riti, devozioni, incensi acri e battaglie furiose? Israele mette in mostra il labirinto di luoghi di culto a Gerusalemme, per ricordarci come fede, urbanistica, potere e sacro possono scolpire l’orlo di una catastrofe.
Il Bahrein installa una edificio semplice e vuoto e lo chiama Friday, il giorno dei sermoni che ha un origine pre-islamica e disegna comunità di estasi e pace, di pianto e di rabbia.
Ha un’aria religiosa anche l’oggetto di Mario Botta, con la sua curvatura da abside e allestita come un bizzarro tabernacolo disegnato da skyline e minacciato da blatte e scarafaggi.
Spazi vuoti e pieni. Svuota il suo edificio la Gran Bretagna (lo riempirà di talk e concerti) e costruisce ai fianchi una lunga scalinata che porta a una grande terrazza vuota dove si sorseggia il té e si osserva la laguna sottostante. Il vuoto è anche la poetica su cui si cimenta l’Indonesia allestendo una grande vela di carta immersa quasi nel buio. C’è invece chi densifica lo spazio: l’Olanda ha trasformato il suo padiglione in una sorta di locker-room arancione, zeppa di armadietti, ognuno dei quali custodisce modelli, progetti, oggetti o apre una porta che ci introduce in altre stanze. L’architettura è generosità di sorprese.

Corriere del Veneto | Corriere della Sera

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