Tre istantanee dall’America Latina

Prima immagine: Cuba, Villa Clara, 11 marzo 2018, elezioni per il rinnovo della Asamblea Nacional del Poder Popular. Un uomo alto, brizzolato, sorridente è in coda assieme alla moglie. E’ Miguel Díaz-Canel, il vicepresidente. E’ raro vedere un uomo al vertice del regime farsi venti minuti di fila. Un mese dopo sarà il primo presidente di una Cuba senza un Castro al comando (o quasi, Raul rimane capo del partito). Il primo nato dopo il 1959.
La geografia politica dell’America Latina sta per essere riscritta in questo anno di consultazioni elettorali. L’attesa è soprattutto per quattro pilastri regionali. In Messico e Brasile i primi turni sono previsti il 1 luglio e il 7 ottobre. Per allora già si sarà chiusa la partita in Colombia (27 maggio), a un anno dagli accordi di pace che hanno sepolto un secolo di violenza e dove già si sono realizzate le elezioni parlamentari (il 4 marzo). Il vicino Venezuela vota per il presidente il 20 maggio, ma il collasso e l’isolamento in cui è stretto e l’opposizione fuorigioco ne fanno un appuntamento mancato e turbolento. Tra gli attori più piccoli, ma non meno importanti: nel ballottaggio in Costa Rica protagonista è il cantante evangelico Fabricio Alvarado Muñoz e in Paraguay si celebra un voto mesto e continuista. Nel resto del continente, tutto si è definito tra la fine del 2017 e l’inizio di quest’anno sotto il segno delle destre e del centro-destra, dalle legislative in Argentina alle municipali in El Salvador fino alle presidenziali in Cile.
Solo alla fine dell’anno si potrà avere uno scenario chiaro. Ma già si dice che quello che è conosciuto come “ciclo progressista” sia finito. E che ora ne sia ne sia iniziato un altro, di nuovo liberista e conservatore. Ma ci è davvero utile questa chiave di lettura?
In Messico o in Colombia o addirittura in Venezuela, chiunque potrebbe domandarsi se ci sia mai stata una decade “progressista”, ma anche quanto ambiguo possa suonare quell’aggettivo. Più visibile invece è apparsa la possibilità di svuotare lo spazio democratico con le stesse regole democratiche, fino a diventare una maschera patetica come nel caso brasiliano o peruviano o autoritaria come in Venezuela e Nicaragua o elitaria e clientelare come in Colombia. Ed è una questione che interroga anche noi.
Ci si potrebbe pure chiedere: quale ciclo della violenza sarà il prossimo? In Messico nel solo mese di gennaio sono state 2500 le persone assassinate. Criminalità comune, narcos e polizia agiscono da soli e spesso assieme. Ordine pubblico è un concetto evanescente, che una nuova legge ha subappaltato ai militari, come il governo brasiliano ha fatto a Rio de Janeiro preventivando una scia di sangue di cui Marielle Franco è l’emblema. In Venezuela, l’Osservatorio per la violenza ha contato 26 mila omicidi nel 2017, 89 ogni 100 mila abitanti. Secondo la Fondazione InSight Crime lo seguono a ruota El Salvador (60), Jamaica (55), Honduras (42). In Colombia, chiuso il conflitto con le Farc, «ogni tre giorni è stato assassinato un difensore dei diritti umani», ha scritto la Ong Somos Defensores; solo nei primi due mesi del 2018, 22 attivisti sono stati assassinati e altri 166 minacciati o sfuggiti ad attentati. Quanto può reggere il corpo sociale? Quanto è stata inquinata la vita democratica?
C’è un’altra domanda necessaria. Laura Chinchilla Miranda, ex-presidente di Panama, ricordava di recente sul New York Times, che «negli ultimi 12 anni, la regione non ha mai smesso di avere almeno una mandataria. Questo ciclo di donne al potere è terminato». Il modo con cui Dilma Rousseff è stata defenestrata racconta molte più cose di un trend economico. La misoginia è un attore politico. Sarà un ciclo di soli uomini? Magari bianchi?

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Seconda immagine: Colombia, 11 marzo 2018, quartiere El Golf a Barranquilla. In casa di Aída Merlano, una politica conservatrice in corsa per il Senato, la polizia scopre una complessa organizzazione per la compravendita di voti, con carte di identità e schede false, 286 milioni di pesos, armi da fuoco. Un voto in Colombia vale 50 mila pesos: in molti casi casi sono gli stessi elettori a postare video e audio, denunciandolo sui social.
Mai come ora e su scala regionale si era vista una indignazione così forte di fronte alla corruzione. Poche volte erano stati sfiorati gli intoccabili. Ora si è toccato l’impensabile. La parola magica è Odebrecht, lo scandalo della multinazionale di costruzioni. Nel paese dell’inchiesta Lava Jato, 8 ministri, un terzo dei senatori e 40 deputati sono sotto inchiesta e lo stesso presidente Michel Temer ha evitato un paio di volte l’impeachment inseguito dalla giustizia. Anche in Perù, le ombre hanno travolto Pedro Pablo Kuczynski, mentre dei suoi predecessori, uno è in galera (Ollanta Humala) e l’altro alla macchia (Alejandro Toledo). In Messico sotto tiro è la dirigenza di Pemex, la petrolifera di Stato. Nel caos venezuelano, Odebrecht dice di aver foderato le tasche di politici ai massimi livelli (e non solo chavisti) per 98 milioni di dollari. In Ecuador è finito in manette il vice-presidente. In Colombia 11 milioni di fondi neri avrebbero irrorato l’ultima campagna dell’uscente Juan Manuel Santos e del suo avversario di destra.
Odebrecht è solo il più colossale degli scandali. Secondo Latinobarometro la corruzione è il problema principale per i brasiliani (31%) e per i colombiani (20%) e uno dei primi tre per messicani e peruviani. Le grandi mobilitazioni della società civile dimostrano quanto sia chiaro il legame inestricabile tra corruzione, violenza e diseguaglianze sociali.
In Colombia, il balzo elettorale soprattutto dei Verdi viene dall’averne fatto il baricentro della proposta politica. Guidati dall’ex-sindaco di Medellin, Sergio Fajardo e da Claudia Lopez (famosa per le denunce sui legami tra paramilitari, narcos e politici), Verdi e alleati si sono posizionati al centro dello scacchiere e da lì provano a imporre un’altra agenda.
D’altra parte, l’attivismo del potere giudiziario lo ha reso un attore decisivo, anche politicamente. Lo si è visto in Brasile con il magistrato Sergio Moro e il suo team. In Venezuela la (ex) procuratrice Luisa Ortega Díaz è fuggita in esilio ma sta giocando un ruolo cruciale. Il caso del Guatemala è diventato un modello: qui la Comisión Internacional contra la Impunidad istituita dopo la guerra civile si è concentrata su questo fronte dell’illegalità e sta portando alla sbarra un’intera classe politica. La Fiscal General Thelma Aldana è una specie di eroina nazionale.
Secondo José Carlos Sanabria, della guatemalteca Asociación de Investigación y Estudios Sociales, è successo qualcosa di inedito perché l’attivismo della giustizia ha «recuperato lo spazio pubblico e ha rotto la paura che limitava la partecipazione politica». Eppure, quando la giustizia si sostituisce alla politica che ripercussioni sulla società civile?

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Terza immagine: Caracas, 18 febbraio 2018. Javier Bertucci, imprenditore implicato in più di un’inchiesta e leader della Chiesa evangelica Maranatha, annuncia di candidarsi alle presidenziali: «Ho deciso assieme allo Spirito Santo», dice. E promette: «Verranno giorni di gloria».
Quello degli evangelici in politica è uno dei fenomeni più interessanti in America Latina. Usano una sorta di capitale morale, ingenti risorse e una capacità di mobilitazione capillare. I cavalli di battaglia sono le campagne contro le libertà civili e l’aborto.
E’ anche il caso di Fabricio Alvarado Muñoz in Costa Rica o del sindaco di Rio de Janeiro Marcelo Crivella. In Colombia gli evangelici hanno trascinato il no agli accordi di pace.
Con classi politiche così screditate e un tessuto istituzionale e sociale sfibrato, le tradizionali famiglie politiche si sgretolano. Succede ovunque, in Europa come in America. E gli evangelici sono un esempio di come occupare uno spazio lasciato vuoto. Si parla di populismo, ma si sa quanto scivoloso sia il termine. In genere si indicano leader che si appellano a un indistinto “popolo”, allergici ai contrappesi istituzionali, sempre sul bordo di un prima catastrofico e un dopo glorioso.
Andrés Manuel López Obrador, al suo terzo tentativo in Messico, ne è considerato un prototipo. Eppure, la sua retorica incendiaria si è moderata e la sua alleanza con il PES, il partito ultra conservatore, sembra un buon indizio di cinismo pragmatico più che di populismo. Anche Gustavo Petro è dipinto così: ex-guerrigliero dell’M19, amato e odiato ex-sindaco di Bogotà, ha buone carte per arrivare al ballottaggio. Così, Jair Bolsonaro in Brasile, coi suoi discorsi violenti, l’odio per gay e neri, la rivendicazione delle giunte militari, vola nei sondaggi.
Eppure, non sempre il discorso fra alto e basso ha lo stesso carattere virulento e ambiguo. In tutta l’America Latina affiorano esperienze di ben altro segno. La stessa battaglia anti-corruzione del polo ciudadano e verde in Colombia rischia di scivolare in un facile populismo, ma riescono a trattenerlo dentro un orizzonte («ricostruire la cittadinanza») sull’onda delle esperienze municipali di Bogotà e Medellin. In Cile il successo del Frente Amplio, che ha sfiorato il ballottaggio, è di gran lunga la più brillante operazione civica realizzata nel paese. In Messico, Pedro Kumamoto, un giovane deputato indipendente di Jalisco, ora in corsa per il Senato assieme a un movimento di ventenni, è una delle sorprese: «Io non credo che il cambiamento passi contrapponendo società civile e società politica- mi ha detto lo scorso dicembre – Abbiamo bisogno di costruire, dentro la società, comunità che dialogano e cooperano per rompere la paura».
E ancora: che soggettività sono uscite dalle manifestazioni enormi che hanno occupato lo spazio pubblico a Tegucigalpa, a Rio de Janeiro, a Caracas, a Bogotà? Quanto saranno capaci di farsi egemoni, anche al di là dei voti? Forse questa è la vera sfida del 2018.

Eastwest

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