E’ il 1758. Per le esequie di papa Benedetto XIV, Vittorio Bigari immagina di costruire una maestosa macchina scenica all’interno della chiesa bolognese di San Bartolomeo. La salma del pontefice dovrebbe campeggiare sulla sommità di un basamento incastonato in una nicchia e avvolto da drappi legati all’edificio proprio come lui ha tenuto salda la Chiesa. In alto, il Velo della Veronica. Alla fine, la cerimonia non sarà fedele ai disegni dell’artista, ma quei fogli ci lasciano un esempio straordinario di progetto architettonico come invenzione degli spazi, scritti da immaginifici apparati visivi, destinati all’effimero più che al permanente. E capaci di ridare all’architettura il suo valore amplificato di coreografia dell’esistente, slegandola dall’obbligo del costruito e del persistente, per ridarle invece la potenza dell’immagine e la possibilità del precario.«L’architettura immaginata», progetto curato da Luca Massimo Barbero per la Fondazione Giorgio Cini (e con il supporto di Assicurazioni Generali), ci mostra l’esercizio di invenzione che ha avuto fortuna enorme tra il ‘600 e l’800, ma che ha radici antiche nella nostra cultura, fin dalle camere illusive pompeiane o i coretti giotteschi della Cappella degli Scrovegni a Padova. Non solo grandi apparati scenografici, ma anche interni e decori, ornati e oggetti, miraggi di paesaggi e prospettive di colonnati, giochi d’inganni e alterazioni visive. Una vera architettura dipinta, da conservare o da consumare.
Il materiale è parte della grande collezione Certani: è il virtuosismo di decine di disegnatori e artisti-architetti, in particolare della scuola bolognese che in Italia è stata un centro vitale di sperimentazioni e creazioni. Proprio da qui parte la mostra. Gli studi e i bozzetti di Angelo Maria Colonna per la decorazione della Galleria del Senato di Bologna sono giochi barocchi di geometrie sontuose. Giuseppe Jarmorini disegna quadrature per soffitti e pareti che si asciugano nella foggia settecentesca con un’austerità classica anche quando si fanno pirotecnie di incastri prospettici. E ancora: le decorazioni di finte cupole (Flaminio Minozzi), i soffitti di stanze “a belvedere” o “a rideaux” (Gaetano Caponeri) e i progetti di pareti alla moda “etrusca” (Antonio Basoli).
Un secondo capitolo ci introduce alle macchine sceniche, che servivano a imprimere allo spazio pubblico la timbratura del potere, con i suoi rituali e le sue rappresentazioni. Agli architetti sono richiesti temporanei monumenti simbolici per ricorrenze, cortei e ingressi solenni, giochi e processioni, esequie e canonizzazioni. A Flaminio Minozzi sono attribuiti i progetti per l’accoglienza di un sovrano, sembra Ferdinando IV di Borbone e gli archi di trionfo allestiti per l’ingresso a Bologna di Napoleone nel giugno del 1805.
Un vero teatro sociale. Che fa da controcanto al teatro vero e proprio, per il quale si reclamano complessi cantieri scenografici capaci di ammaliare il pubblico: da qui, sottolinea il curatore, «l’enfasi della ipertrofia illusionistica, la machinerie camaleontica e mutante che incalza l’attenzione dello spettatore». Una vera drammaturgia scenica fatta di macchine, argani e fondali, apparizioni e scomparse: basta osservare i lavori di Ferdinando e Francesco Bibiena, con le loro vedute “per angolo”, le fughe inaspettate e i fuochi prospettici moltiplicati.
L’architettura immaginata è un complesso abbecedario di saperi costruttivi, pittorici, teatrali. E ornamentali. Uno dei maestri bolognesi è Mauro Tesi, che firma vasi, mascheroni, brocche e pipe; e così le anfore, le zuppiere, i bricchi e le lucerne disegnate da Giacomo Rossi: linee di design che poi trovano il loro risvolto nella produzione della manifattura Aldrovandi, la fabbrica di ceramica fondata nel 1794 (e attiva fino al 1891) dal conte Carlo Filippo Aldrovandi.
E si arriva infine all’architettura dipinta per il costruito. Spiccano i progetti di Giacomo Quarenghi, provenienti dalla raccolta Pozzi Fissore della Fondazione Cini. Sono edifici classici come le sezioni di Villa Withworth o la facciata della Duma di Pietroburgo, ispirata a Palazzo Civena di Vicenza. L’impronta palladiana e lo spirito illuminista ne fanno una firma inconfondibile.
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