Claude Cahun, la prima icona queer

Claude Cahun è quasi sconosciuta in Italia. Eppure il suo contributo alla visione queer del mondo è osannato da ricercatori e attivisti. E il modo in cui ha marcato la stagione surrealista fa incantare curatori e critici.
La sua arte è se stessa. Foto, collage, messinscena. E pamphlet visionari e impietosi. Come Les paris sont ouverts, un saggio del 1934 sulla libertà irriducibile della poesia contro chi, tra i suoi compagni surrealisti, è tentato di mettere l’arte al servizio dell’ideologia. Di quel testo esce sola ora la prima versione in Italia col titolo Le scommesse sono aperte (edito da Wunderkammer, pagg.48, euro 10, traduzione di Marcello Giulini, prefazione di Silvia Mazzucchelli).
Il merito va a Lucia Biolchini, registrar modenese (si occupa cioè della gestione di opere d’arte e di installazione in occasione di mostre), profonda conoscitrice di Cahun: «L’ho scoperta a Nantes, nel 1994, mentre lavoravo a una mostra. Curiosando tra gli uffici del museo, ho trovato una sua foto: un primo piano con occhiali da saldatore e foulard al collo, un’espressione contratta e i lineamenti incerti».
Claude Cahun nasce proprio a Nantes, nel 1894, col nome di Lucy Renée Mathilde Schwob. Il cognome Cahun lo prende in prestito dalla nonna paterna, Claude invece perché si può usare al maschile e al femminile. Comincia a fotografare prestissimo, subito dopo aver conosciuto Suzanne Malherbe con cui intreccerà un sodalizio d’amore e d’arte fino alla morte.
Ebrea, lesbica e antifascista, nel 1940 Claude Cahun si rifugia assieme a Suzanne nella casa di vacanze dell’isola di Jersey. Sfortuna vuole che sia l’unico lembo di territorio inglese occupato dal Führer. Le due partecipano alla resistenza e si inventano volantini per demoralizzare le truppe. Arrestate dalla Gestapo, sono condannate a morte. Solo per una casualità sfuggono alla sentenza. Cahun morirà nel ’54, Suzanne nel ’72.
Lasciano un piccolo tesoro di opere, quelle salvate dalla furia nazista. Parigi ha omaggiato Claude Cahun nel 2011 al Jeu de Paume. In Italia è rarissimo vedere qualche sua foto in mostra. Uno splendido Autoritratto del 1929 sarà esposto a Venezia dall’8 aprile in occasione di Dancing with myself della Fondazione Pinault. Lo sguardo ipnotico, Cahun veste i panni di Le Diable per la compagnia teatrale di Pierre Albert Birot.
«Era indispensabile fare di Cahun il punto di partenza della mostra – spiega Martin Bethenod, alla guida della collezione francese – Per la sua influenza, certo. Ma anche perché il suo lavoro esprime il concetto del “me” contemporaneo: non un myself paralizzato, né autoritario né categorico, bensì frammentato, in movimento, critico».

il Venerdì | la Repubblica

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