PoPlab, la bottega rinascimentale di algoritmi e prototipi

Che cosa significa uno studio di architettura oggi? Al PoPlab di Rovigo potrebbero rispondere così: «algoritmi, prototipi, condivisione con le aziende, formazione, ricerca, design dei materiali e degli edifici. E tutto questo assieme». Innovativi e visionari, Valentina Temporin ed Enrico Di Munno hanno trasformato un open space di 500 mq all’interno di un antico zuccherificio (ora Cer.Ser., Centro Servizi per l’innovazione) in un affascinante studio-laboratorio. «Per noi l’architettura è come un movimento orchestrale», dicono semplicemente.
Tutto ha molto a che fare con il loro percorso professionale, una miscela di esperienze e di saperi che sono stati la base del loro approdo rodigino. Laureatisi lui a Roma e lei allo Iuav di Venezia, hanno lavorato per sei anni nella capitale collezionando alcuni progetti importanti (il MaXXIBase e l’isola pedonale del Pigneto sono firmati da loro) e insegnando all’In/Arch, l’Istituto Nazionale di Architettura. Poi tre anni Feltre, dove hanno gestito il master di «progetti costruttivi sostenibili» promosso da Iuav e Confindustria. E’ nata là l’idea di metter mano ancora più a fondo all’«architettura prodotta», come la chiamano loro.
Supportati dalla Confindustria rodigina che ha messo a disposizione macchinari tradizionali e di stampa 3D, colto al volto un bando della Regione Veneto per innestarsi nella rete dei FabLab, il loro open-space nell’antico zuccherificio ha preso vita. Le grandi lavagne con schizzi e appunti disegnati a gessetto, il lungo divano nella hall, le macchine che sfornano prototipi: il PoPlab è una sorta di bottega rinascimentale dove la sperimentazione e la ricerca teorica vanno di pari passo. Nello stesso modo, si relazionano con le aziende: «cerchiamo di sincronizzare progettazione e produzione – raccontano – Non chiediamo agli artigiani di realizzare un prodotto già progettato, ma proviamo a lavorarci assieme, trovando le soluzioni e le tecniche migliori. E’ qualcosa che ripaga in competenze che si condividono, in tempi e costi che si riducono».
Al Pigneto, ad esempio, per realizzare la pavimentazione dell’area pedonale, hanno coinvolto la trevigiana Favaro1 di Zero Branco («lavoriamo sempre con aziende venete, le preferiamo», dicono) . Sui piastroni dovevano essere realizzati dei disegni che riproducessero i giochi all’aperto. «Abbiamo visto la tecnica di bocciardatura che di solito realizzavano e abbiamo pensato di utilizzarla creando delle apposite maschere in modo da ricreare su ogni lastra la parte dell’intero disegno». I progettisti hanno passato 30 ore in catena di produzione e creato sei prototipi. Alla fine, al Pigneto sono state posate 11 mila piastre. Così è avvenuto per le panchine in legno, sfornate “assieme” alla Metalco di Castelminio di Resana.
Tutto questo è possibile perché gli architetti del PoPlab usano al meglio l’«architettura parametrica». Significa, in altre parole, agire sulle sorgenti: sono loro stessi a dare all’algoritmo i parametri su cui impostare le soluzioni estetiche e la manipolazione dei materiali. E magari incrociandoli con parametri non strettamente architettonici, ma anche sensoriali. In questo modo possono disegnare una gamma enorme di possibilità visive e unire digitale e materia, saperi informatici e artigiani. Così è nata ad esempio la PAt, la terracotta parametrica, andata da poco in produzione alla Terreal San Marco, la prestigiosa fornace di Noale. In questo caso il PoPlab ha lavorato su formelle in laterizio, che ancora oggi è uno dei materiali edilizi più utilizzati, destinate a coprire facciate e tetti: il design contemporaneo, con un pattern di tessiture geometriche, riesce a massimizzare le prestazioni termiche sfruttando il gioco di ombre e di rilievi. Il tutto concepito attraverso alterazioni di algoritmi, sfruttando le potenzialità che l’intelligenza artificiale può offrire.
Dal disegn del prodotto a quello degli edifici il passo è breve. PoPlab scommette su «un’architettura sostenibile perché modulare, riproducibile e smaltibile – spiegano – Cioè un’architettura per sua natura flessibile, adattabile e soprattutto consapevole che ha un ciclo di vita». Dunque, costruzioni con un fine vita. E su come gestirlo, bisogna già pensarci in fase di progettazione. Da qui i progetti che i due architetti hanno in corso su moduli di edifici con varie destinazioni, i cui prototipi su bassa scala sono già pronti, anche se per il momento sembrano quasi dei giocattoli. «Per noi significa fare un’architettura che deve essere costruita bene come se dovesse durare per sempre, ma flessibile come se domani fosse già finita».

Corriere Imprese | Corriere della Sera

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