Chi offre di più per questi tesori?

Quello che fino a qualche anno fa era l’appartamento dell’Intendente, ha l’aria di un posto lasciato quasi di fretta. Le camere vuote immerse nel buio, un tavolo, i pavimenti di marmo, le porte-vetrate anni ’60. Si scende di un piano. I balconi socchiusi filtrano la luce. I piccioni si sono fatti un varco e sbattono spaventati tra gli infissi e il soffitto. Le scrivanie degli uffici, le scaffalature in mezzo alle stanze, libri e faldoni. Poi si apre la sala di rappresentanza: i soffitti affrescati, gli stucchi e il mobilio d’epoca. La carta da parati con motivi floreali si sta staccando. Siamo a Piacenza, Palazzo Serafini. In questo edificio cinquecentesco in centro città, ci avevano ricavato uffici con la furia d’interni delle amministrazioni pubbliche. E poi abbandonato.
Palazzo Serafini è uno dei 44.623 beni che appartengono allo Stato. Valgono, da inventario, oltre 60 miliardi di euro. Di disponibili in realtà si contano 7.469 fabbricati e 8.794 aree per un valore di quasi 2,3 miliardi. Sono numeri che l’Agenzia per il Demanio ha ricostruito e messo on-line come open-data.
“Disponibili” significa che lo stesso Stato può decidere di vendere, dare in concessione, affidare agli enti locali, o valorizzare con tutte le possibilità che il mercato o il territorio possono offrire. L’Agenzia da qualche anno ha cambiato volto e marcia. E così la semplice vendita ormai riguarda solo una piccola parte del tesoro immobiliare. Ora la parola d’ordine è trasformare quegli edifici in oggetti d’impresa, come dimostrano i progetti per rigenerare fari, ville di pregio o terre incolte. Roberto Reggi, che ha preso le redini dell’Agenzia da tre anni, va fiero ad esempio del programma “Cammini e percorsi”, «che punta al recupero e al riutilizzo di oltre 100 immobili tra masserie, rifugi, stazioni e castelli, che potranno diventare contenitori di servizi per pellegrini, ciclisti e viaggiatori del turismo lento». Il bando si chiuderà l’11 dicembre.
Ma di tutti i beni disponibili, cosa si può comprare? Non c’è che l’imbarazzo della scelta. Centinaia di immobili sono oggetto di gare, avvisi e inviti. Anonimi appartamenti: al quarto piano di un edificio a Sant’Elia Fiumerapido, Frosinone, ce n’è in vendita uno per 72 mila euro. Terreni agricoli: tanti, soprattutto nel centro-sud, spesso interstizi rimasti appicciati allo Stato. O scampoli di boschi e argini incartati di rovi come gli 8 mila mq nella friulana Remanzacco.
Quando invece ad Acqui Terme si percorrono le stanze dell’ex-stabilimento termale Carlo Alberto, abbandonate da decenni, si capisce che l’investimento è pesante e l’hoteleria un destino probabile. Questo era un tassello del welfare compassionevole dei Savoia: le 13 sale al piano terra, i 17 locali per le cure termali e le 46 camere d’albergo, destinate agli indigenti, sono un’infilata di soffitti a volta, ora inciampati in una bellezza scalcinata. Gara scaduta: nessuno ha fatto un’offerta. Si aspetta il prossimo bando.
A Como, invece, si affaccia sulla centrale via Giovio l’ex-carcere di San Donnino. E’ stato tirato su nell’800 ed è rimasto in funzione fino al 1985. Un interstizio sociale nel cuore della città. Quattro piani di mura grosse e incatramate di umidità, alcuni vecchi televisori ciondolano dalle pareti, le reti metalliche dei letti ormai sfasciate, le cucine calcinate di polvere. E’ difficile venderlo, questo set di David Lynch.
«I prezzi magari non sono proibitivi in sé, ma è il fatto di ricostruirci un nuovo ciclo di vita che sembra molto impegnativo», riflette Sara Marini, professore all’Università Iuav di Venezia e attenta osservatrice dei processi di riuso del patrimonio urbano. Ma come si fa a rendere un bando appetibile? «In questi anni abbiamo investito lavoro e risorse per regolarizzare dal punto di vista tecnico gli immobili – continua Reggi – E’ uno degli elementi di un mix, assieme alla capacità di ascolto del territorio e agli umori del mercato».
Sempre a Como, bisogna portarsi al valico di Brogeda. Sul margine doganale con la Svizzera, svetta un lingotto di cemento con i pavimenti in gres e piastrelle. La “Palazzina turistica”, così la chiamano, galleggia spiritata tra le due ali di autostrada e le montagne boscose alle spalle. Di recente il nuovo proprietario se l’è portato a casa per poco più di 2 milioni di euro.
Fare un viaggio con l’immobiliare del Demanio ci costringe anche a entrare in proprietà tenute per definizione fuori dagli sguardi pubblici. Sono le aree militari ormai dismesse e di cui almeno in parte la Difesa si affida all’Agenzia. Peschiera del Garda, a due passi dal centro storico. Sette capannoni, aggiudicati nell’ultimo bando per oltre 3,3 milioni di euro: un tempo deposito militare, ora è divorato dai rovi e dall’erba sempre più alta. I tetti pericolanti e in alcuni punti crollati, le arcate a vista, i muri scrostati. E’ appoggiato su una piccola collina e in basso solo un orlo di cipressi e di pini copre la vista del lago.
Per i pezzi più pregiati si guarda soprattutto ai mercati esteri, che l’Agenzia sonda via web (Invest in Italy) e partecipando a fiere e meeting dove si aggirano acquirenti dai sogni lussuosi e dai portafogli pesanti. Molti edifici non appartengono al Demanio. Prendete Villa Basilewsky: era la dimora di Aleksandr, diplomatico e collezionista e di sua moglie Olga Nikolaevna. Erano quelle coppie innamorate di Firenze che animavano a fine ‘800 una effervescente comunità russa di viaggiatori. Il palazzo, con affaccio alla Fortezza Da Basso, donato alla loro morte allo Stato, era finito alla Regione e diventata una struttura sanitaria.
Fino a qualche mese fa era della Regione Toscana anche Villa De Larderel, acquisita da un fondo immobiliare del Ministero delle Finanze. Magnifico oggetto trecentesco, rimaneggiato più volte, immersa in un parco di 4 ettari tra le colline di Impruneta, a lungo è stata un centro di riabilitazione e poi scuola steineriana.
L’intero Paese è un catalogo di storie simili a queste. «Tracce di discorsi su come muta la scala di valori e di quanto possa essere flebile il confine tra patrimonio e passivo di bilancio», li definisce Sara Marini. Sono mappe che si sovrappongono e non sempre coincidono. Sono orli del territorio improvvisamente sottratti all’amnesia. E così, continua la docente, «mentre gli oggetti tengono saldo il loro valore, la bulimia dello spazio lascia brandelli sul campo». Entrare e uscire da quegli edifici è un po’ attraversare una biografia nazionale, gloriosa o miserabile, ma che finisce sempre con un abbandono. All’Agenzia del demanio non resta che gestire un melodramma.

Io Donna | RCS

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