Il Mediterraneo sensuale e inquieto di Picasso

Ci sono voluti ottant’anni per far rincontrare le bagnanti di Pablo Picasso. Avevano preso vita infatti nel 1937, nello studio parigino di Rue des Grands-Augustins. Al grande pittore spagnolo erano bastati otto giorni, dal 10 al 18 febbraio, per realizzarle tutte e tre. Dalla Spagna arrivavano i miasmi della Storia e non erano che le prove generali di una tragedia colossale. E Picasso, che di lì a poco avrebbe messo su tela il suo più plateale e poetico manifesto contro il fascismo, Guernica, in quel febbraio si aggrappava all’idea voluttuosa e sorniona dei corpi nudi sulla spiaggia.
Picasso on the beach: così si intitola la mostra che la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia ha allestito sotto le cure di Luca Massimo Barbero per celebrare la reunion delle bagnanti (fino al 7 gennaio 2018, nelle piccole Project Rooms).
Due tele arrivano dalla Francia: Donna seduta sulla spiaggia dal Museo di Belle Arti di Lione e Grande bagnante con libro dal Museo Nazionale Picasso di Parigi. La terza, Sulla spiaggia, esce invece dalle stanze della casa-museo veneziana: «Peggy l’aveva comprata nel 1947 prima di lasciare New York per tornare in Europa. A vederle tutte e tre ne sarebbe felice», racconta Karol Vail, alla sua prima uscita pubblica in laguna nella sua nuova veste di direttrice della Collezione Guggenheim.
Realizzandole Picasso spinge il suo linguaggio visivo come mai prima, accelera e amplifica la dimensione scultorea dei suoi dipinti, manovra con azzurri e grigi e neri gonfiando di inquietudine gesti, posture, anatomie, in quel compasso tra sensualità e barbarie che ormai aveva preso forma nelle viscere del suo immaginario. «In quel 1937 Picasso torna se stesso», riprende una felice definizione Barbero, che aggiunge: «le bagnanti ricorrono nel suo lunghissimo racconto pittorico, si rifanno alle Veneri e alla solida tradizione francese, ma lui nei miti attinge e ne genera di nuovi».
Da qui l’emersione di queste figure dalle gambe che non increspano la sabbia o l’acqua ma ci si infilano come pilastri, i colli si fanno preistorici, le contorsioni si marmorizzano. Deformi e sexy, le bagnanti espongono la loro nudità togliendosi spine dai piedi o leggono scoprendosi colossali e tristi. Oppure sono osservate da una testa d’uomo che sbuca dall’orizzonte marino, con quegli occhi che ci interrogano lasciandoci dubitare se siano tesi nello sforzo del voyeur o se portano sventure inavvertibili dalla placidità dell’arenile.
Quello che si sa è che in quegli otto giorni Picasso alterna gli schizzi (magnifici) delle sue donne nude ai comics antifranquisti ferocemente surreali. Lo si può immaginare in tensione tra il languore di un giorno d’estate di là da arrivare e l’angoscia per le notizie che gli giungono dalla sua Spagna in fiamme. E così, spiega Luca Massimo Barbero, «anche nelle tre bagnanti regna una forte inquietudine, una forza e una sorta di metamorfosi che altrove, nello stesso tema, non era presente».
Le bagnati riunite ci invitano a rimettere insieme i giorni della Storia con quelli del desiderio. L’ultima delle tre, infagottata nella sua solitudine, esposta al mondo, piegata nello smarrimento di ciclope vulnerabile, porta l’orologio ai giorni nostri.

Corriere del Veneto | Corriere della Sera

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