Il cosiddetto “realismo socialista” era tutt’altro che scontato e niente affatto impermeabile. Ce lo racconta “Sogno realtà”, la mostra all’Università Ca’ Foscari di Venezia, dedicata a Viktor Popkov. Sono 45 tele (oltre a 60 foto di Igor Palmin), la più grande retrospettiva in Europa, arrivata grazie al Centro Studi sulle arti della Russia dell’ateneo veneziano diretto da Silvia Burini e al magnate-collezionista Andrej Filatov.
Popkov, scomparso all’apice della sua carriera nel 1974, si era fatto conoscere a Venezia nel 1962 alla Biennale d’arte. Tanta era la rigidità di canoni e temi che le autorità imponevano, tanto gli artisti sperimentavano come svicolarsi.
Un esempio è il più famoso dei quadri di Popkov, “I costruttori di Bratsk”, dipinto tra il 1960 e il 1961. Cinque operai immortalati in quei corpi fissi che tanto inorgoglivano le autorità. Eppure i dettagli sono rivelatori, come i tatuaggi sulle mani, segno che erano passati nel gulag o la sigaretta accesa tra le dita di un operaio seduto su una bombola di gas, anti-eroe temerario.
In Popkov non c’è mai una rottura, ma sotto pelle affiorano già tutti i temi della delusione. Il suo sguardo sembra smarrito e lucido, capace di spostarsi fuori fuoco rispetto all’ortodossia: si fa onirico in un pieno di blu come nel “Sogno” (1965) oppure grida disperato come la vacca espressionista “Presso il mar Baltico”. Freddo come il volto dell’ “Agente della Ceka” (1963) o triste come le “Vedove” nei loro vestiti rossi (1966). Oppure si affida ai funerali come narrazione: in “Non li invidia” i vivi che piangono sono ritratti da dentro la fossa ancora aperta. «Parlava delle persone semplici, era il nostro Dostoevskij», spiega la storica dell’arte Natalia Aleksandrova.
Corriere del Veneto