VENEZIA – Cinquecento anni fa si stampava a Venezia il primo libro in lingua armena. E una speciale relazione legava la Serenissima ad un popolo destinato a vivere in quel vortice di culture, genti, commerci, diaspore e vendette che è il Caucaso.
Armenia, impronte di una civiltà è dunque un omaggio, prima che un’esposizione. Inaugurata ieri dal Presidente armeno, è stata organizzata dal Ministero della cultura di Yerevan assieme alla Fondazione Musei Civici di Venezia. Corre su tre palazzi in Piazza San Marco, dal Museo Correr alla Biblioteca Marciana, attraverso il Museo Archeologico. Elegante l’allestimento e affascinante il percorso espositivo, suddiviso in 14 sezioni dove trovano respiro oltre 200 opere.
I tre curatori, Gabriella Uluhogian, Boghos Levon Zekiyan e Vartan Karapetian, hanno esplorato l’impronta profonda e fertile della presenza armena a Venezia. Ma al centro c’è la potenza della scrittura, facendoci sorprendere dalle curve e dagli spigoli di quell’alfabeto, nato dalla ricerca di Mesrop Mashtots, il monaco che nei primi anni del 400 andò a consulto dai dotti della Mesopotamia. Da quell’architettura di segni, possiamo vedere manoscritti e miniature, alcuni rarissimi. Sono testi sacri e note di cosmologia e filosofia. Scorrono decine di volumi, carteggi e mappe, spesso attorniati da steli, cippi di pietre scolpite, epigrafi, una tela liturgica sinuosa, fino ai reliquiari rimasti custoditi per secoli nella Santa Sede di Echmiadzin.
La mostra inizia dalle tracce delle origini, che si dice arrivino a Noé. E fin da subito quel Paese si mostra come un’arca di saperi, misteri e conflitti.
Corriere del Veneto